Ipocondria

Un piccolo esperimento
Per avere una idea di come funziona l’ipocondria facciamo un semplice esperimento. Mentre state leggendo queste righe, portate per una decina di secondi la vostra attenzione sulle sensazioni che provengono dal vostro piede sinistro. E’ molto probabile che percepiate qualcosa, una leggera pressione, una sensazione di caldo o freddo, oppure un formicolio; normali sensazioni provenienti dai recettori sensoriali che potete osservare ed analizzare in modo neutrale.
A questo punto facciamo due riflessioni. La prima è che, prima di porre l’attenzione al vostro piede, tali percezioni erano completamente assenti dal vostro campo di coscienza, come se non esistessero affatto, e hanno cominciato ad esistere soltanto a seguito del direzionamento cosciente della vostra attenzione. La seconda è che, se non siete particolarmente preoccupati delle condizioni di salute del vostro piede sinistro, è molto probabile che non resterete a chiedervi cosa avete sentito, ma ve ne dimenticherete anzi rapidamente per dedicarvi ad attività più interessanti.

Si comincia a porre attenzione
La persona ipocondriaca potrebbe invece, a titolo di esempio, ravvisarvi l’indizio o addirittura la prova di un problema circolatorio, specialmente se già antecedentemente preoccupato da tale possibilità. Potrebbe avere un sussulto di ansia, potrebbe sentire l’esigenza di andare a chiedere a Google se esiste correlazione fra particolari sensazioni al piede e malattie cardiocircolatorie; oppure potrebbe correre a manifestare subito la sua preoccupazione ad un familiare nella speranza di ottenere da altri la rassicurazione che non si tratti di niente di grave. Sul momento potrebbe sentirsi rassicurato, ma in seguito potrebbe sentire l’esigenza di andare a ricontrollare le sensazioni che provengono dal piede in momenti diversi della giornata, al mattino appena sveglio, mentre resta a lungo seduto, oppure la sera dopo una giornata faticosa, in modo da monitorare ciò che sente.

La richiesta di rassicurazione
Potrebbe poi volgersi anche alle sensazioni che provengono dagli arti superiori, fino a sentire il bisogno di chiedere un consulto medico per sapere se davvero c’è qualcosa che non va, perché, anche se continuamente rassicurato da familiari o conoscenti, in fondo questi non sono medici, dunque dubbi sulle loro risposte è lecito averne. Il punto è che anche dopo aver ricevuto una rassicurazione medica, resta sempre possibile mettere in dubbio il responso e sentire il bisogno di tornare a controllare più volte durante il giorno, per poi andare a chiedere un altro consulto, dal momento che anche i medici possono sbagliare; oltre al fatto che resta sempre possibile che egli non sia stato in grado di far comprendere bene al medico il suo sintomo.
Tornando al nostro esperimento iniziale, si può vedere come l’operazione che compie chi soffre di ipocondria è quella di ravvisare segnali andandoli a cercare e ponendoci attenzione, scannerizzando il proprio corpo alla ricerca di segni, rivestendo di significato inquietante i segni trovati e cominciando di nuovo a tenere sempre più sotto osservazione quegli stessi segnali, instaurando un circolo vizioso che lo preoccupa sempre di più. In sostanza ha creato un sintomo ed una preoccupazione dal nulla.

In presenza o in assenza di sintomi reali
Il processo appena descritto è puramente indicativo ed esemplificativo di un processo che, nel caso specifico, ha alla base un meccanismo di amplificazione somatosensoriale, ma esiste una diversa modalità in cui la persona che soffre di Disturbo da Ansia di Malattie (come è stato definito dal DSM V) può intrappolarsi.
E’ possibile infatti che l’ansia del soggetto si attivi quando sente qualcosa, un segnale del corpo; ma è possibile anche che la preoccupazione primaria sia quella della mera possibilità di contrarre una qualche malattia, magari per familiarità negli ascendenti o perché si ha avuto notizia di malattie simili fra i conoscenti, e che i controlli si attivino quindi soltanto in seguito a tale primaria preoccupazione, che quindi persiste anche in assenza di segnali percepibili del corpo. Qui la preoccupazione è che la malattia possa procedere silente, specialmente nel caso di malattie tumorali o cardiocircolatorie, dal che ne consegue ansia, tristezza e abbattimento del tono dell’umore, legati alla pur remota possibilità che ciò possa accadere o star accadendo.

Alcune varianti
A volte l’ipocondria si manifesta esteriormente come una richiesta costante di rassicurazioni da parte di familiari e medici, un parlare sempre delle stesse cose senza averne mai abbastanza. Altre volte invece induce ad un atteggiamento opposto, cioè allontanare ed evitare qualsiasi riferimento al concetto di malattia, fino al timore di sottoporsi ad ogni analisi medica per la paura che ciò possa portare alla luce la terribile verità sul proprio stato di salute. La irrazionalità di questo ultimo comportamento è evidente; nel caso si fosse realmente malati infatti, sarebbe certamente meglio una diagnosi precoce. Anche gli ospedali possono configurarsi come oggetto di evitamento fobico, così come gli articoli e le trasmissioni televisive che parlano di salute e malattia.
Le malattie che inquietano maggiormente sono chiaramente quelle più gravi. A volte la paura è quella di morire, ma in altri casi la paura predominante è piuttosto quella legata allo stato di malato, alla dipendenza e alla sofferenza che ne conseguono.
Può anche accadere che la paura della malattia non si riferisce a sé stessi ma ai propri cari: moglie, marito, figli, genitori, e opera attraverso gli stessi meccanismi: ricerca di sintomi negli altri e controllo esasperato delle loro condizioni di salute.

La dominante ossessiva
Quella ipocondriaca non è una condizione di certezza, ma di logorante e costante dubbio, che richiede rassicurazioni, ricerche, verifiche, controlli.
Quando la componente ossessiva è predominante si instaurano dei veri e propri rituali di controllo che possono essere molto resistenti, come ad esempio palpare continuamente parti del corpo, ascoltare attentamente la peristalsi intestinale, tastare l’addome per trovare conferma alla sensazione di gonfiore o irritazione, prendere nota quotidianamente delle caratteristiche di urina e feci, misurare frequentemente pressione e battito cardiaco, osservare bocca e gola etc.
Si cerca di tenere sotto attenta osservazione ogni segno che potrebbe indicare l’esistenza di uno stato di malattia, e le trascurabili variazioni delle misurazioni e delle osservazioni sono sufficienti a creare uno stato di allarme capace di condizionare tutta la giornata.
Il paradosso è che a causa del timore di malattie inesistenti si finisce per ammalarsi di una vera malattia, l’ipocondria appunto, questa sì concreta e reale, che può avere ripercussioni anche gravi sull’umore e sulla qualità di vita personale e relazionale.

Smettere di controllare
L’ipocondriaco è felice quando ritiene di non aver trovato alcun segno, ma per venire fuori dalla ossessione ipocondriaca il punto non è questo. Il punto è che egli deve smettere del tutto di dedicarsi alla operazione di ricerca dei segnali. La continua ricerca di rassicurazione e verifica attraverso i controlli è in realtà ciò che lo tiene ancorato al disturbo. Il desiderio di essere rassicurato in maniera totale e definitiva sul proprio stato di salute è infatti un desiderio irrealizzabile, perché avere la certezza assoluta di non essere ammalati è di fatto impossibile. Bisogna accettare di essere soggetti alla caducità della condizione del corpo e ad eventi morbosi che si possono presentare in maniera purtroppo imprevedibile. E una volta stabilito un piano di controlli di routine per una sana prevenzione ed eventualmente adottato uno stile di vita più o meno sano, continuare a vivere nella speranza di restare in salute il più a lungo possibile. Una volta ridotta l’attenzione ad ogni impercettibile manifestazione del corpo, sarà molto più probabile che eventuali sintomi reali, se presenti, si imporranno all’attenzione in maniera naturale come segnali che richiedono una giusta considerazione.

 

L’amplificazione dell’ansia ad opera degli algoritmi di internet e dei social

E’ importante notare che l’uso delle ricerche in internet effettuate per ottenere informazioni e rassicurazioni sulla condizione di salute di cui si è preoccupati, oltre a contribuire a mantenere l’attenzione focalizzata sempre sullo stesso argomento, con la conseguenza di aumentarne la percezione di importanza, influisce negativamente sul soggetto anche per il tramite degli algoritmi che raccolgono i dati inerenti le attività che l’utente svolge su internet.
Dal momento che la maggior parte delle attività infatti è in genere monitorata da sistemi automatici che cercano di individuare le aree di interesse dell’utente al fine di proporre notizie, link o messaggi pubblicitari, il risultato sarà che l’utente, sia nella normale navigazione che sui social, sarà esposto in modo sempre più massivo a notizie e messaggi relativi alle malattie o a quelle specifiche condizioni di cui cerca rassicurazione, con l’effetto di una ulteriore amplificazione della percezione di importanza e centralità della malattia, che aumenta sempre di più man mano che egli fa più ricerche e trascorre più tempo nella lettura di quegli argomenti. Il risultato sarà la percezione di un mondo in cui l’oggetto della sua ansia è spaventosamente onnipresente, mentre in realtà è l’effetto delle sue stesse azioni; fattore questo che rappresenta un ulteriore motivo per cui è molto importante interrompere l’attività di ricerca di rassicurazioni attraverso l’uso di internet. Ma in ogni caso tenere bene a mente questo meccanismo: che ciò che viene presentato attraverso i messaggi cui siamo esposti in modo apparentemente casuale, attraverso la proposizione di messaggi pubblicitari, link e notizie, non è affatto casuale o rappresentazione oggettiva di ciò che è importante o frequente in internet, ma è in parte l’effetto della stessa attività di ricerca e consultazione, con un effetto di amplificazione che è assolutamente negativo per un soggetto tendenzialmente ipocondriaco.

Fobie

La fobia è il terrore irrazionale di situazioni, ambienti, animali o oggetti specifici, che possono fungere da innesco per un attacco di panico. A titolo di esempio possono essere citati: insetti, cani e animali di piccola taglia, ragni, serpenti, iniezioni, sangue e ferite, altezze, spazi aperti o affollati, spazi chiusi, autostrade, aerei, navi, velocità, gallerie, viadotti, mare profondo, buio, tuoni e lampi, ospedali, sporco e microbi etc. L’elenco potrebbe essere davvero lungo in quanto moltissimi elementi o situazioni possono essere oggetto di una fobia, anche se talune si riscontrano con maggiore frequenza.
Vanno poi aggiunte le fobie che riguardano non oggetti o specifiche situazioni ambientali, quanto avvenimenti che potrebbero capitare al proprio corpo o alla propria mente, come paura di vomitare, soffocare, avere un infarto o un ictus, perdere il controllo degli sfinteri, tremare, impazzire, svenire, ammalarsi etc.
Altre fobie infine hanno una componente più relazionale, come la paura di essere sgridati, di parlare in pubblico, di avere relazioni sociali, di fare esami, di essere derisi, di deludere etc., le quali più che un attacco di panico vero e proprio inducono di solito uno stato di forte ansia accanto ai consueti comportamenti di evitamento.
L’evitamento delle situazioni temute è infatti la difesa principale da ogni forma di fobia con la conseguenza che, mentre per alcune fobie la vita può continuare tranquillamente semplicemente evitando di entraci in contatto – ad esempio la paura di andare sott’acqua, la paura dei rospi, in una certa misura anche la paura di volare – in altri casi la fobia impatta fortemente la qualità di vita quotidiana investendo aspetti fondamentali come la socializzazione, lo studio o il lavoro: immaginiamo ad esempio la paura di guidare per un camionista, la paura di volare per un’assistente di volo, la paura degli esami per uno studente, la paura di mangiare fuori casa, tutte paure che possono essersi presentate all’improvviso dopo un periodo della vita condotto invece in assenza di tali problemi.
Anche se il termine fobia viene utilizzato per innumerevoli condizioni in cui sono presenti gli elementi della forte paura, ansia e preoccupazione, che tipicamente conducono all’evitamento, esse possono differenziarsi notevolmente per quanto riguarda gli aspetti del funzionamento psicologico che ne è alla base. E’ importante perciò riconoscere tali differenze nel sistema percettivo-reattivo che mantiene sia la fobia che il suo tentativo di soluzione, per poter portare al suo superamento.
La paura degli insetti, ad esempio è strutturalmente diversa nel suo funzionamento psicologico dalla paura di precipitare in un incidente aereo. Nel primo caso si tratta di un evento esterno che può irrazionalmente provocare un attacco di panico in assenza di un reale pericolo; nel secondo caso invece la persona avverte il pericolo di morire per un evento le cui possibilità concrete di realizzarsi sono infinitesimali, ma che egli vive invece emotivamente come una quasi certezza. Alcune fobie, come la paura delle gallerie, possono essere tenute sotto controllo solo con l’evitamento mentre altre, come la paura di soffocare mangiando, pur inducendo anch’esse alcuni evitamenti come ad esempio, nel caso specifico, evitare di mangiare fuori casa, conducono però anche ad adottare necessari meccanismi di controllo come il masticare a lungo e lentamente, fare bocconi piccoli, impiegare molto tempo per mangiare, tutti rituali che occorrerà disattivare per poter condurre alla soluzione del problema.
Per questo è importante una analisi precisa e personalizzata della fobia, di come essa agisce, a quali comportamenti di controllo dell’ansia ha condotto, e se e quanto si sono strutturati rituali ossessivi in conseguenza della fobia stessa.
L’elemento fobico può essersi strutturato sia in presenza come anche in assenza di esperienze traumatiche pregresse. A volte l’oggetto della fobia può aver anche avuto una origine simbolica e avere pertanto un significato, ma la conoscenza dell’eventuale significato simbolico della fobia a livello razionale non conduce automaticamente al superamento della fobia stessa proprio per i motivi suddetti, e cioè l’utilizzo e la stabilizzazione nel tempo dei meccanismi di evitamento e di controllo messi in atto dal paziente, che pertanto contribuisce inconsapevolmente a mantenerla attiva.

Problemi genitori-figli

La famiglia è una comunità ristretta in cui il comportamento di ognuno ha effetti sul comportamento degli altri e influenza il funzionamento dell’intero sistema. Il clima familiare potrebbe essere definito come la risultante degli schemi prevalenti di azioni e conseguenti reazioni che si instaurano tra i membri. Ci sono famiglie silenziose e famiglie loquaci, famiglie conflittuali e famiglie amorevoli, famiglie che condividono e famiglie più individualiste, famiglie seriose e famiglie più giocose etc.
La responsabilità maggiore del clima familiare appartiene ai genitori, che attraverso la trasmissioni di valori e la funzione di esempio implicito, hanno una fondamentale funzione di formazione per i figli. Ma anche l’emergere delle caratteristiche di personalità proprie dei figli può essere responsabile di effetti importanti sul funzionamento dell’intera famiglia, specialmente quando i genitori non trovano il modo di assorbire, gestire o adattarsi a tali caratteristiche.
Nel sistema familiare l’alterazione di una variabile comportamentale o comunicativa di uno dei membri può cambiare l’intero sistema, sia in senso migliorativo che peggiorativo.
La famiglia quindi è un sistema complesso in cui l’insieme di aspettative, bisogni, desideri, credenze, stato emotivo, capacità di ognuno impatta sugli altri, in un gioco intricato di azioni e reazioni sia interiori che esteriori. Il risultato sarà una famiglia funzionale quando i bisogni dei figli sono adeguatamente soddisfatti in termini di protezione, affetto, stabilità, comprensione.
La famiglia disfunzionale è quella in cui risulta ostacolato o almeno non favorito il diritto dei figli ad avere una educazione, a crescere e svilupparsi secondo le proprie possibilità ed inclinazioni e sviluppare un assetto emotivo tale che li faccia sentire adeguati nel rapporto con sé stessi e con gli altri.

E’ bene chiarire che così come non esiste la famiglia perfetta, non esiste neppure uno stile educativo che possa essere ritenuto di per sé migliore o peggiore di un altro, sempre che vengano garantiti i bisogni fondamentali. Uno stile genitoriale autoritario non necessariamente produce risultati più negativi rispetto ad uno stile democratico. Potrebbe accadere ad esempio che un genitore autoritario e severo sia anche capace di amministrare la giustizia, sia coerente e seriamente interessato alla educazione del figlio volendo trasmettergli principi e valori, laddove magari un genitore democratico finisca per cedere troppo facilmente alle richieste del figlio nascondendo in realtà, dietro l’atteggiamento del porsi dalla sua parte, la difficoltà ad assolvere con responsabilità ed impegno la sua funzione di guida, cercando in realtà di evitare i conflitti.
In entrambi i casi ciò che farà la differenza sarà il risultato della interazione fra loro di tutte le altre variabili presenti nella relazione. Famiglie diverse e stili educativi diversi producono certamente risultati diversi nel carattere e nel comportamento dei figli, ma bisogna evitare eccessive semplificazioni che inducono a trovare nessi lineari di causa-effetto fra stili educativi adottati e risultati ottenuti.

Bisogna inoltre considerare due ulteriori fattori che influenzano l’età evolutiva. Il primo è certamente il temperamento specifico del figlio, con le sue caratteristiche innate, le sue capacità e le sue attitudini, capaci di influire notevolmente sul suo sviluppo.
Il secondo è l’influenza dei fattori esterni alla famiglia, che cominciano ad essere molto significativi nella età della adolescenza e prima giovinezza.
Ed è proprio questo secondo fattore a creare spesso sconcerto, frustrazione ed anche confusione nei genitori, dal momento che non è facile avere un controllo sugli stimoli, educativi o diseducativi, a cui facilmente possono essere esposti i ragazzi addirittura prima della età adolescenziale.
La decisione fra cosa vietare e cosa permettere, quale atteggiamento utilizzare, quale critica muovere e su quali basi, cosa ritenere giusto o sbagliato diventa un problema di non facile soluzione.
Negli ultimi 50 anni i cambiamenti sociali e culturali sono stati particolarmente rapidi, con in aggiunta un processo di accelerazione che, continuando ad aumentare, crea nuove sfide educative e nuovi quesiti in un arco temporale sempre più breve, tanto che il mondo che si trova davanti un ragazzo 14enne di oggi è, per alcune dimensioni sociali, diverso da quello cui sarebbe stato esposto dieci o solo 5 anni fa. In assenza di precisi riferimenti valoriali stabili e sostenuti dalla intera società anche il mestiere di genitore diviene più difficile.

Ma ciò non deve indurre a colpevolizzazioni o senso di incapacità e sconfitta. Non occorre una laurea o una specializzazione per essere genitori. Occorre solo essere persone reali che intendono prendersi cura dei propri figli e, attraverso l’affetto, la comunicazione e l’ascolto, avere un sincero interesse alla loro educazione. Né è colpa dei genitori se i figli oggi vivono in un mondo che si trova nel pieno di un rivolgimento che non è solo socio-culturale, ma che potremmo definire senza esagerare antropologico. Sono gli stessi genitori ad essere immersi in quello stesso ambiente sociale e culturale nel quale sono immersi i figli. Perciò niente panico. L’importante è prendere posizione, avere idee, fare ragionamenti, assumersi la responsabilità di guidare ed indirizzare anche se questo può portare a conflitti. E soprattutto cercare di comprendere il punto di vista dei figli e il loro stato emotivo. Le probabilità maggiori di incidere sulla loro educazione si ha quando questi si sentono comunque compresi nei bisogni, desideri, pensieri ed emozioni, anche se si è su posizioni diverse o opposte. Viceversa quando si assume un atteggiamento di squalifica, denigrazione e irrigidimento difensivo, si va incontro alla possibilità che il dialogo e la connessione siano fortemente incrinate o interrotte, con un effetto di compromissione della qualità del rapporto che danneggia i figli innanzitutto.

Eppure oggi più che mai c’è bisogno della funzione educativa. Gli enti preposti, con pedagoghi e psicologi, si stanno affannando da decenni a cercare di adeguare la funzione educativa alle nuove sfide e al mutato ambiente culturale. E si trovano a dover competere con un vasto insieme di stimolazioni, esterne sia alla scuola che alla famiglia, capaci di avere enorme impatto. Se in passato era la cattiva compagnia a preoccupare il genitore, che poteva ricorrere a qualche mezzo per intervenire, oggi l’adolescente, ma anche il bambino, può essere esposto a qualunque genere di contenuto, attraverso influencer, video, social media, capaci di suggestionare e influenzare, sia direttamente che indirettamente per il tramite dei coetanei.

Per i genitori dunque la conoscenza del mondo dei loro figli è essenziale; per discutere, comprendere, prendere posizione, ragionare, indirizzare, vietare se necessario. Essere coerenti ed avere una idea, senza temere il giudizio dei figli. Avere una idea e difenderla con coerenza è sempre un buon esempio, anche se si può essere in disaccordo.

Nel sistema famiglia possono esserci numerose situazioni relazionali capaci di condurre ad esiti problematici. Il genitore attento coglierà i segnali e cercherà di porre rimedio oppure, se non vi riesce, richiederà un intervento di consultazione esterno. Qui di seguito riportiamo alcune osservazioni esemplificative di ordine generale al solo scopo di stimolare qualche riflessione su alcuni aspetti delle molteplici dinamiche che possono presentarsi all’interno del rapporto genitori-figli, senza alcuna pretesa di completezza. Ogni famiglia ed ogni caso specifico presenta infatti delle caratteristiche peculiari e delle sfumature differenti ed anche originali che sarà sempre necessario prendere in considerazione per risolvere gli eventuali problemi.

 

I FIGLI SONO INTELLIGENTI ANCHE QUANDO CRITICANO I GENITORI

Esibita quando si tratta di descrivere agli altri le eccellenti qualità dei propri figli, la loro intelligenza si dimentica troppo spesso quando da quegli stessi figli arrivano critiche al proprio comportamento.
Eppure quando un bambino o un adolescente fa delle affermazioni critiche o scomode circa il comportamento dei genitori, questi dovrebbero appuntarle con cura dentro un prezioso quaderno e avere il coraggio di rifletterci seriamente, caso mai avessero ragione. E spesso hanno ragione!
Se un adolescente accusa il padre di non pensarlo affatto e il padre ribatte stizzito e offeso che tutto quello che fa lo fa per il suo bene e per assicurargli un futuro, sentendosi per questo anche deluso per la palese irriconoscenza, lo stesso padre farebbe bene a considerare in maniera letterale quello che il figlio ha detto: che non si sente pensato! Il padre lavora tutto il giorno, e lo fa per il benessere di tutta la famiglia, per permettersi casa, auto, vacanze e pagare tutte le costose esigenze dei figli. Ma quanto pensa realmente a suo figlio? Quanto cioè il figlio è presente nei pensieri del padre? Quanto sa della sua giornata scolastica, delle sue amicizie, delle sue emozioni, dei suoi desideri? Quanto spesso immagina cosa stia facendo? Quanto spesso si chiede se sia triste o felice? O piuttosto il figlio scompare completamente dai suoi pensieri durante le lunghe giornate fuori casa? I figli adolescenti, ma anche i bambini, hanno la capacità di dire cose tremendamente vere e sagge, perché partono dal loro sentire più che dal ragionamento, qualità che spesso si perde da adulti, e possono fare osservazioni psicologiche di grande profondità, che devono essere prese in seria considerazione per poter valutare quale sia il vissuto dei propri figli e interrogarsi se sia necessaria qualche correzione.

 

LA QUALITA’ DEL TEMPO CON I FIGLI NON SOPPERISCE IN TUTTO ALLA QUANTITA’

Se si provasse a convincere un fidanzato o fidanzata, nei primi tempi della frequentazione, che la qualità del tempo speso insieme è più importante della quantità credo che non si riscuoterebbe molto successo. Piuttosto la risposta sarebbe che si richiede qualità e in più anche quantità. I legami richiedono del tempo speso insieme, anche per stare semplicemente insieme e basta. E il legame con i figli non fa eccezione.
In un periodo storico in cui il lavoro rischia di assorbire gran parte del tempo in luoghi lontani dalla propria famiglia, anche telefonate e messaggi possono far sentire la vicinanza e l’interessamento.
La sera o nei fine settimana vincere la stanchezza per dare tempo anche al legame con i figli è un dovere della propria funzione genitoriale. Se si investono energie nel rapporto con i figli si fa del bene a loro e si creano condizioni migliori per la relazione futura.

 

FORZARE LA CHIUSURA ALLA COMUNICAZIONE DI UN ADOLESCENTE NON E’ INVADENZA

Anzi, è un segnale che dimostra che siamo interessati a loro. Quando un adolescente o un giovane comunica poco con i familiari, assumendo un atteggiamento evasivo e chiudendosi nella sua stanza, non bisogna ritirarsi ritenendo in questo modo di rispettare la sua privacy e la sua libertà. E’ un segnale che si sta scavando un solco, una frattura nel rapporto che può portare dopo qualche anno a non sapere più come rapportarsi con lui o lei, perché almeno in parte non lo si conosce più. Ci si accorge della sua presenza dopo che emerge un problema, magari di ansia o di abbassamento dell’umore o di difficoltà nel rapporto con i pari. Il genitore è colui che può fornire un aiuto prima che si evidenzino problemi, attraverso la comunicazione, l’ascolto aperto e il sincero interessamento. I genitori riferiscono spesso che in realtà provano a comunicare con i figli ma senza successo, non considerando però quanto incisivi o persistenti e pazienti siano stati questi tentativi. Abbandonare il campo troppo rapidamente equivale a non aver fatto nessun tentativo. Bisogna insistere, forzare, parlare, fare discorsi, mostrarsi interessati e non arrendersi se si ricevono risposte brusche. Genitori e figli non sono sullo stesso piano, non è un rapporto tra pari; al genitore spetta la responsabilità di provare a cambiare il rapporto.

 

EVITARE LO SCONTRO DIRETTO CON PAROLE FORTI ED OFFENSIVE

Le parole sono come pallottole, diceva il filosofo Wittgenstein. A nulla vale il fatto che non si arriva mai alle mani. Parole offensive e denigratorie hanno un effetto devastante sul rapporto; i loro significati sedimentano in fondo all’anima minando l’autostima. Liti feroci e sistematiche fra madri e figlie o fra padri e figli in cui ognuno rivendica le sue ragioni screditando ed offendendo l’altro sono dei vicoli ciechi dai quali non si esce. “Non mi meritavo una figlia così”, “Non capisci niente”, “Papà non voglio essere un fallito come te”, “Sei un imbecille”, aggiungendo anche un contorno di parole volgari, non sono altro che l’espressione di rabbia che si riveste di violenza, dove decade ogni possibilità di dialogo. Anche in questi casi è il genitore che ha la responsabilità di non farsi trascinare in questa escalation dove si cerca la parola più forte per vincere, offendere e mettere a tacere l’altro. E’ una lotta che non ha né vincitori e né vinti, uno sfogo di frustrazione e violenza che può solo mantenersi tale o peggiorare. Si possono esprimere gli stessi concetti con parole diverse ed evitando di offendere il valore dell’altro come persona, e magari parlare dell’accaduto quando gli animi si sono calmati, cercando di ascoltare le ragioni dell’altro, spiegando che ci si dispiace per le parole utilizzate. Il disarmo unilaterale è ciò che deve essere tentato in questi casi, abbassare la spada per attendere che l’abbassi anche l’altro.

 

EVITARE L’ECCESSO DI CONSIGLI ANCHE SE SI HA SEMPRE RAGIONE

Può capitare che la madre o il padre di un adolescente pensino di avere sempre ragione, perché sono intelligenti e attenti, e che siano tentati di intervenire in ogni momento per correggere il comportamento del figlio; per dargli, secondo la loro opinione, sempre i migliori consigli e la migliore educazione. “Stai con la schiena diritta”, “Non mangiare troppo”, “Cambiati questa maglietta che non ti sta bene”, “Aggiustati i capelli”, “Avresti dovuto rispondere così alla tua amica”, “Basta studiare adesso, esci con gli amici”, richiedere resoconti dettagliati della giornata scolastica o di svago per intervenire prontamente e sistematicamente a dispensare consigli e indicazioni su come sarebbe stato giusto comportarsi. Si ha difficoltà ad apprezzare, a dire: bravo! Hai fatto bene! Ottimo! O anche semplicemente ad ascoltare senza commentare e correggere. Anche se i consigli dispensati sono tutti oggettivamente giusti ed elargiti per il suo bene, l’effetto che si produce è, per l’adolescente, la spiacevole sensazione che egli sia completamente sbagliato ed incapace di individuare da solo la cosa giusta. E’ come se il genitore avesse l’ansia di dimostrare di saperne sempre più del figlio in ogni ambito, ponendosi come il suo infallibile coach.
Ne può conseguire sia una dipendenza eccessiva dal parere del genitore, che ostacola il processo di indipendenza del figlio, sia un sentimento sotterraneo di risentimento e frustrazione che potrebbe esplodere improvvisamente in un sintomo clinico o in una aperta e sconcertante ribellione.
E’ vero che il genitore in questo caso tiene molto al benessere del figlio, ma non rispetta la sua individualità e non gli permette di crescere autonomamente mediante un proprio percorso di tentativi ed errori e in accordo con il suo personale stile caratteriale. Il genitore cerca di produrre un clone o anche un figlio perfetto che compensi le mancanze del genitore stesso.

 

I GENITORI NON SONO GLI AMICI DEI FIGLI

Dovrebbe essere scontato ma non lo è. In una società in cui uno dei valori sembra essere diventato quello di restare eternamente giovani, molti genitori vivono con disagio il fatto di incarnare il ruolo di persona più responsabile e matura, dal momento che questo li farebbe sentire più lontani dalla giovinezza. E allora i selfie ritoccati dove non si capisce chi è la madre e chi la figlia mentre vanno insieme a fare shopping o le ore passate a giocare con i figli alla playstation non sono negativi di per sé a patto che non tradiscano il bisogno del genitore di sentirsi uguale al figlio. Ai figli fa piacere avere genitori giovani, ma ciò non deve rappresentare un tentativo di annullare le differenze di ruolo e di età, ma dovrebbe correttamente rientrare nell’ambito di un gioco all’interno di un rapporto dove resta chiaro il ruolo di responsabilità e guida del genitore.
Anche accondiscendere ad ogni trasgressione dei figli va nella stessa direzione. Per assecondare il bisogno di sentirsi moderni e “smart” si impedisce al figlio di vivere la sua esperienza nella corretta dimensione di esperienza trasgressiva, privandolo di riferimenti su ciò che può essere giusto o sbagliato o pericoloso. Talvolta si osserva in queste situazioni una iper-responsabilizzazione dei figli che, in mancanza di riferimenti adeguati, si sentono costretti a diventare genitori di sé stessi.

 

I FIGLI NON SONO IL SOSTEGNO EMOTIVO DEI GENITORI

Nelle separazioni, ma anche semplicemente nei conflitti coniugali, una figlia o un figlio può diventare la spalla su cui il genitore si appoggia, riferendo dei propri malumori, della propria infelicità e del risentimento nei confronti del partner, richiedendo da questi comprensione, sostegno e appoggio morale. Il figlio si trova in una posizione estremamente scomoda nel dilemma se sostenere il genitore che chiede aiuto oppure difendere l’altro genitore. In ogni caso si trova a dover assumere il ruolo di persona responsabile che tenta di rimediare e attenuare i conflitti, assumendo su di sé le ansie e le angoscia dell’altro. I ruoli sono invertiti e in queste condizioni i figli si trovano nella impossibilità di poter loro stessi chiedere aiuto per difficoltà proprie o anche per la sofferenza che quegli stessi conflitti coniugali gli stanno causando, perché sentono di non poter gravare ulteriormente sulla situazione emotiva già compromessa dei genitori. Dovranno cavarsela da soli nelle loro difficoltà, oltre al peso di dover sostenere anche uno dei genitori o entrambi dibattendosi ogni volta tra difficili scelte diplomatiche per non scontentare nessuno. In queste situazioni i genitori dovrebbero essere attenti a valutare che il fatto che un figlio appaia particolarmente sensibile, responsabile e intelligente non significa che non abbia egli stesso bisogno di aiuto o comprensione, e che se apparentemente non mostra disagio o sofferenza non è perché questa non ci sia, ma perché molto probabilmente la nasconde.

 

ESPRIMERE PAROLE DI STIMA IN MODO SINCERO E DIRETTO

Così come le parole che esprimono giudizi negativi hanno grande impatto sui figli, allo stesso modo le parole buone sono capaci di curare, infondere fiducia in sé stessi e nutrire la relazione. Una figlia viene a sapere che il padre fuori dalla famiglia parla molto bene di lei e dei suoi successi, ma lamenta di non ricordare di aver mai ricevuto da lui parole di apprezzamento e di stima nei suoi confronti. In famiglia tutto sembrava essere scontato: il suo curriculum scolastico, la sua educazione, l’ottimo parere degli insegnanti, la sua intelligenza e maturità, nel mentre lei stessa non era sostanzialmente in grado di apprezzarsi nel modo corretto e di stimarsi adeguatamente. Continuava a sentirsi da meno degli altri e a guardare ansiosamente soltanto i propri difetti invece che i punti di forza, non sentendosi mai all’altezza. Può capitare che per tutta la vita si continui ad attendere e ricercare quella conferma e quella attestazione che non si è ricevuta da adolescenti, nonostante gli attestati veri che pendono dai muri.

 

ESSERE REALISTICI: NON DENIGRARE MA NEPPURE ECCEDERE IN LODI INFONDATE E ASPETTATIVE

Riconoscere i successi, accogliere gli errori, incoraggiare, far vedere le cose anche da altri punti di vista, dare fiducia nelle proprie possibilità, ma non stravolgere la realtà dei fatti, perché i figli se ne accorgono e perdono fiducia nel giudizio dei genitori, oppure tentano di adeguarsi alle aspettative irrealistiche che gli trasmettono i genitori, caricandosi di ansia verso il raggiungimento delle performance attese, che ne ostacola la realizzazione anziché favorirla.
Se un figlio non è portato per la matematica, meglio non fargli credere che sia un genio comunque e che basta che si impegni per poter raggiungere qualsiasi risultato. Le attitudini, capacità ed inclinazioni sono diverse per ognuno; riconoscere i punti di forza e di debolezza è il modo migliore per favorire nel giovane una immagine adeguata di sé stesso che lo aiuterà certamente a nutrire la sua autostima. Il giovane dovrà sentirsi amato ed accolto dai genitori a prescindere dai risultati che saprà o potrà raggiungere e sentirsi rispecchiato per quello che è, non per la corrispondenza alla immagine idealizzata che ne hanno i genitori. Non è raro ascoltare un giovane rappresentare di essersi sentito amato e stimato solo a condizione di saper raggiungere certi risultati, ad esempio scolastici. I genitori negheranno e diranno che ovviamente non lo hanno mai richiesto esplicitamente, ma nei fatti questo è ciò che percepiva il figlio.

 

EVITARE DI OFFRIRE AIUTI ECCESSIVI

Essere solerti nell’offrire aiuto e supporto è certamente manifestazione di affetto e interessamento verso i propri figli, ma quando l’offerta o anche l’insistenza di dare aiuto arriva regolarmente prima di essere richiesto, o quando oggettivamente non è necessario, ciò che indirettamente si comunica al figlio è che egli da solo non è in grado di fare ciò che invece potrebbe e dovrebbe imparare a fare.
I bambini e i ragazzi sperimentano, scoprono, risolvono problemi e per ogni piccolo o grande obiettivo raggiunto con le proprie forze alimentano il sento di auto-efficacia e la loro autostima. Ottenere un risultato attraverso le proprie capacità e il proprio impegno aiuta a conoscersi, allena la volontà e aumenta la tolleranza alla frustrazione rafforzando il carattere.
In ambito scolastico ad esempio è bene lasciare che svolgano i compiti da soli evitando di stargli vicino tutto il tempo e limitarsi se occorre ad una funzione di verifica. Ma questo stesso atteggiamento si può riscontrare in altri ambiti anche quando i figli sono più grandi. La tendenza di alcuni ad essere genitori “spazzaneve” che intendono spianare ogni difficoltà ai figli non permette alle loro qualità e capacità di emergere e ostacola la percezione realistica delle difficoltà della vita a cui devono imparare a far fronte.

 

NON TUTTE LE DIFFICOLTA’ DIPENDONO DAL COMPORTAMENTO DEI GENITORI MA QUESTI POSSONO CONTRIBUIRE A NON AGGRAVARE LA SITUAZIONE

I figli possono presentare problemi non solo come effetto diretto del comportamento dei genitori e del clima familiare, ma anche come conseguenza del modo in cui, sulla base di caratteristiche del tutto soggettive, hanno interpretato o vissuto gli eventi e le relazioni all’interno della famiglia. I genitori possono accorgersene in tempo e provare a porre rimedio, ma quando ciò non sortisce gli effetti sperati, meglio richiedere una consultazione specialistica prima che la situazione degeneri in circoli viziosi che potrebbero essere ingenerati proprio dai tentativi messi in atto per arrivare ad una soluzione.
Cercare di costringere a studiare un ragazzo svogliato, sottoporre a continue diete una ragazza sovrappeso, chiamare ansiosamente per controllare le uscite serali, spingere eccessivamente verso attività sociali una ragazza con problemi di timidezza, cercare di vincere con la forza le battaglie con un ragazzo oppositivo, arrabbiarsi dinanzi a comportamenti evitanti e rigidi dovuti a problemi fobici o ansiosi, sono tutti tentativi di soluzione che se non sortiscono effetti positivi in tempi brevi sono destinati purtroppo ad aggravare proprio i problemi che intendono risolvere.

Vomiting

Un giochetto che all’inizio sembra un trucco intelligente per non aumentare di peso si rivela ben presto una delle peggiori trappole per la salute del corpo e della mente. Nel tempo tende a diventare uno sfogo per ogni frustrazione; una triste consolazione, l’unico vero piacere solitario ed intenso da compiere sempre di nascosto

Il rifiuto del cibo

Seguire una corretta alimentazione è una pratica che contribuisce a mantenere salute e benessere, raccomandata per ridurre il rischio di malattie e migliorare la forma estetica del corpo, per cui la capacità di non cedere incondizionatamente al piacere del cibo è generalmente considerata una virtù.
Ma a volte la riduzione e il controllo eccessivo della propria alimentazione conducono ad esiti patologici, dapprima da un punto di vista solo psicologico, e in seguito anche da un punto di vista medico, fino a rappresentare, nei casi più gravi, un serio pericolo di vita che rende inevitabile l’ospedalizzazione.
Le adolescenti e giovani donne in particolare sono le più esposte al rischio di cadere nella pericolosissima spirale innescata dal rifiuto del cibo, che può portare, se non fermata in tempo, alla vera e propria anoressia nervosa. Ma qual’è l’obiettivo che si vuole raggiungere, a cosa serve, quale vantaggio porta la ricerca di una eccessiva magrezza e come mai diventa così tenace?

Diversamente da altre problematiche psicologiche, qui tutto sembra nascere da un atto volontario: la deliberata decisione di non mangiare, perdere peso, resistere, controllare.
Nel momento in cui si comincia a ridurre l’apporto calorico per dimagrire, nessuno mai penserebbe di cadere nell’anoressia. Eppure tante volte ci si finisce; intrappolate, rinchiuse, sfinite dalla lotta tenace ed estrema contro il cibo. Una lotta quotidiana che si contorna di paure, rituali, conteggi, evitamenti, controlli, inquietudini, scontri, che finiscono per caratterizzare ogni giornata. Il cibo diventa una ossessione. Da un atteggiamento iniziale di controllo volontario della propria alimentazione si arriva ad essere sempre più soggiogati da quello stesso atteggiamento volontario che, alimentando un insieme di convinzioni, percezioni e paure, diventa un tiranno feroce che detta le sue leggi: mangiare è male, aumentare di pochi grammi è spaventoso, il piacere del cibo è vergogna, la forma del proprio corpo è ripugnante. E accade così che, per non sentire le spiacevoli sensazioni interiori e gli intollerabili sensi di colpa, si fa ricorso ad un ulteriore incremento della propria forza di volontà per sconfiggere l’onnipresente desiderio di mangiare, alimentando un circolo vizioso pericolosissimo che rafforza sempre più quella stessa volontà che tenderà a diventare cieca e distruttiva. Se, nelle fasi iniziali, il senso di fame è il nemico da sconfiggere per mantenere sotto controllo la propria alimentazione, è chiaro che, aumentando la capacità di controllo e quindi riducendo l’alimentazione, anche il nemico – il desiderio di cibo – essendo continuamente frustrato diventa proporzionalmente più forte e spaventoso, inducendo la necessità di ricorrere ad una forza di volontà ancora maggiore per contrastarlo, procedendo così verso una lotta disperata e sfiancante.
La forza di volontà, il nostro più prezioso alleato per guidarci nella vita e raggiungere traguardi si è completamente travisata, dirigendosi spietatamente contro il corpo ed il suo legittimo bisogno di nutrirsi.
Non meraviglia perciò scoprire che le anoressiche manifestano una forte opposizione nei confronti dei tentativi di guarigione, proprio perché la volontà di non mangiare si è via via rinforzata fino ad assumere l’aspetto di una legge che non può più essere messa in discussione, a causa di quelle che vengono percepite come le terribili conseguenze di un eventuale cedimento.

Per comprendere meglio questo meccanismo si può ricorrere ad una metafora. E’ come se nel tempo si fosse costruita una diga fatta di forza di volontà, per arginare il senso di fame rappresentato dall’acqua che si vuole controllare. Man mano che la costruzione della diga cresce, parallelamente aumenta la quantità di acqua che viene intrappolata e che si accumula sempre di più. Nel momento in cui si dovesse pensare all’ipotesi di smantellare la diga, la conseguenza che viene percepita è quella di una inondazione catastrofica che spazzerebbe via qualsiasi tentativo di controllo, lasciando la paziente nella sensazione terrificante di perdere qualsiasi potere ed esserne travolta.
Nei comportamenti anoressici non ci troviamo di fronte ad una condizione in cui la volontà è soggiogata, come in altri tipi di problemi psicologici in cui accade che si viene sopraffatti dalla intensità di emozioni o comportamenti indesiderati, contro cui ci sentiamo impotenti. Qui il desiderio di non mangiare, per essere realizzato, fa ricorso proprio alla forza di volontà, la quale viene continuamente nutrita e rafforzata dalle soddisfazioni ottenute attraverso i successi nel riuscire a perdere peso. Per cui più si perde peso più aumenta la sensazione di forza e di dominio sul corpo e i suoi bisogni. Più la volontà di non mangiare cresce e si rafforza, più vengono vissute come intollerabili le tentazioni del cibo, gli sgarri, le debolezze. E anche quando, ormai sprofondati nella sofferenza e nel disagio, si riconosce di avere bisogno di aiuto, la volontà si oppone automaticamente e strenuamente ad ogni tentativo di alimentazione imposto da altri.
Per la paziente, uscire dal comportamento anoressico è paradossalmente una sconfitta, un piano fallito, un cedimento della propria volontà, un segno di debolezza dell’io.
Solo quando si comincerà a percepire come un successo il riuscire a resistere alla tentazione dell’astinenza, allora si potrà procedere verso la guarigione.

Anche se fortunatamente non sempre il sistema percettivo-reattivo dell’anoressica conduce alle estreme conseguenze del rischio di vita, anche nelle forme meno gravi i meccanismi di base sono gli stessi. La volontà di soggiogare il corpo, i suoi bisogni, le sue emozioni e i suoi desideri conduce ad un atteggiamento che si potrebbe definire ascetico di lotta della forza di volontà contro il corpo sensiente, quel corpo che sperimenta sensazioni, che sente piacere o che prova dolore.
A prescindere dal motivo cosciente per cui si è deciso di limitare l’assunzione di cibo, ciò che si scopre gradualmente e che inebria è la sensazione di purezza, di forza, di sicurezza, di potenza nel contrastare non solo il senso di fame, ma anche le altre emozioni e i bisogni del corpo. E se le cose nella vita vanno male, se ci sono sofferenze, insicurezze, ansie o inquietudini, si scopre di poter trovare rifugio e protezione nella capacità di astinenza dal cibo, principale ed a volte unica risorsa indiscutibile che si pensa di possedere a dimostrazione del proprio valore.

Il corpo è centrale in tutta la problematica dell’anoressica: il modo in cui lo si percepisce, come lo si vive, quello che il corpo fa sentire, quello che il corpo esprime. Il corpo è qualcosa che bisogna far tacere e ridurre ai minimi termini. Perché, se il corpo è sano e nutrito, sente emozioni e sensazioni, piacere e dolore, e questo viene vissuto come intollerabile.
A volte la sensazione di potenza e forza che proviene dalla vittoria sulla fame è una scoperta che avviene per caso, magari in seguito ad un percorso di dieta, ma che poi non si riesce più ad abbandonare nel momento in cui comincia ad essere vissuta come la propria arma segreta, la tecnica efficace per tenere a bada ogni emozione negativa ma anche per tenersi al riparo dai rischi delle destabilizzanti sensazioni piacevoli. La volontà di non mangiare diventa l’armatura che può proteggere da ogni dolore e delusione, specialmente in ambito affettivo, relazionale e sessuale. Si desidera in qualche modo restare puri, immacolati, non corrotti. Ciò che si deve proteggere è la fragilità dell’anima, vissuta come separata dai bisogni del corpo, che è invece in realtà il tramite naturale imprescindibile per fare esperienza di emozioni, sensazioni e desideri.

Ci possono essere motivi occasionali e più superficiali che favoriscono l’ingresso nell’atteggiamento anoressico, come può essere ad esempio l’imitazione di modelli femminili di successo, l’inizio di una dieta necessaria per perdere peso superfluo, il confronto con la propria madre a sua volta molto attenta all’alimentazione, il senso di insicurezza nel rapporto con i pari; ma ce ne possono essere anche altri più profondi, come l’esistenza di vissuti emotivi difficili da affrontare e che hanno radici nella storia relazionale della paziente e nella rete dei suoi rapporti familiari significativi; ad esempio la sensazione di non essere amate ed accolte, frustrazioni ripetute, senso di solitudine e di incomprensione continuative, fino a vissuti di maltrattamenti, traumi o veri e propri abusi. Ma in ogni caso, ciò che alimenta la spirale perversa resta sempre la sensazione di forza, potenza e protezione che deriva dal riuscire a soggiogare i bisogni e le emozioni del corpo.

L’altro elemento decisamente centrale in tutte le problematiche anoressiche e che contribuisce a rendere particolarmente complesso il lavoro terapeutico è l’alterazione dell’immagine corporea, che appare essere una conseguenza del disturbo stesso. La forma del corpo non viene più percepita in modo corretto, ma viene distorta attraverso lenti deformanti che ne alterano sempre più i contorni man mano che si progredisce nel disturbo.
E’ per questi motivi che gli interventi esclusivamente medici di alimentazione forzata in genere falliscono. La paziente vive il periodo di ospedalizzazione come una violenza ed una forzatura al suo sentire, che non cambia né la dispercezione dell’immagine corporea, né i vissuti interiori dolorosi da cui ci si difende con la corazza anoressica. L’apporto della psicoterapia è per questo sempre necessaria.

Va tenuto in debito conto che nelle terapia delle giovani anoressiche è di primaria importanza la relazione con il/la terapeuta. La paziente ha bisogno di sentire che può fidarsi della sua guida, perché per lei si tratterà di aderire al progetto di intraprendere una strada che percepisce come molto pericolosa, ma che è necessario percorrere per poter fare gradualmente esperienza del fatto che la sua vita sarà migliore e più libera senza la corazza e che lei potrà imparare a fronteggiare le emozioni sgradevoli e gestire quelle piacevoli senza avere più bisogno di una armatura così pesante e ingombrante come l’armatura anoressica, che fondamentalmente è una prigione che mantiene lontani dalla vita reale fatta di emozioni, sentimenti e desideri.
Solo quando, infine, la necessità di ricorrere a tale corazza sarà meno pressante, anche la dispercezione dell’immagine corporea allenterà la sua presa e l’immagine del proprio corpo potrà ritrovare gradualmente la giusta dimensione, favorendo così un senso di maggiore serenità ed integrazione.

Le problematiche che rientrano dei Disturbi del Comportamento Alimentare, allorquando sussiste una marcata componente di tipo anoressico, sono in generale complesse e possono manifestarsi in diverse varianti, accompagnandosi anche a fenomeni accessori come abbuffate, condotte di eliminazione, eccessivo esercizio fisico, comportamenti autolesionistici.
Sarà per questo sempre essenziale capire il processo disfunzionale nella sua interezza e comprendere a fondo i vissuti individuali, al fine di seguire un percorso personalizzato che si adatti alla specifica situazione.
E’ inoltre molto importante per le pazienti e per i familiari, al fine di una prognosi positiva, che vengano individuati quanto prima i segnali che evidenziano un sistematico rifiuto e lotta con il cibo, in modo da ricorrere ad un aiuto specialistico quando la situazione non si è ancora cronicizzata e poter quindi intervenire prima dell’instaurarsi delle spirali perverse di cui si è parlato.

Problemi dell’ambito sessuale

Quando si ravvisano disfunzioni sessuali va sempre esclusa la presenza di cause organiche o farmacologiche, che possono alterare il processo nelle sue diverse fasi: desiderio, eccitazione ed orgasmo.

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Il comportamento sessuale è un istinto primario dei mammiferi, legato alla riproduzione e alla conservazione della specie. Negli esseri umani la sessualità istintuale si riveste di elementi psicologici, sociali e culturali capaci di influire enormemente sul suo funzionamento e sulle sue modalità espressive. La sessualità umana realizza infatti bisogni e tende ad obiettivi che si discostano anche radicalmente dalla funzione riproduttiva. Ricerca di intimità, appartenenza, sicurezza, completezza, accettazione, piacere, autostima, potenza, gioia, integrazione sono tutti elementi psicologici dalle alte implicazioni emotive che possono innescare il comportamento motivazionale, così come essere alla base di notevoli frustrazioni in conseguenza di eventuali disfunzioni o difficoltà.
Le credenze culturali o familiari acquisite, il rapporto con la propria fisicità, l’immagine del proprio valore personale, la sensibilità al giudizio, la capacità di svelarsi, il livello energetico, lo stress, la relazione con il partner sono tutte dimensioni psicologiche capaci di influire sulla espressione del comportamento sessuale.

Difficoltà possono presentarsi già nella fase della ricerca, quando giovani in età riproduttiva mostrano difficoltà nell’approccio, nella manifestazione o nella risposta a situazioni che potrebbero condurre ad un comportamento sessuale. Il timore del giudizio, la sensazione di non essere all’altezza, la paura del rifiuto o una dismorfofobia possono ostacolare fino a bloccare del tutto il tentativo di approccio erotico.
Ma il motivo per cui generalmente si cerca aiuto riguarda i problemi che si manifestano nella fase di eccitazione: assenza di attivazione del piacere nella donna, difficoltà di erezione o eiaculazione precoce nel maschio. La difficoltà a sintonizzarsi con il proprio corpo, a lasciarsi andare, a far sì che siano i corpi a parlarsi, deattivando il controllo volontario, è ciò che tipicamente e in senso generale causa i problemi, i quali poi tendono a persistere alimentati dall’ansia della prestazione. Il sesso perde la sua qualità di linguaggio libero e spontaneo dei corpi, per diventare attività da controllare per raggiungere una performace. Ciò che dovrebbe essere la ricerca di un contatto e di un momento di gioia e piacere diventa un impegno oneroso, dal quale ci si difende evitando, con la conseguenza di causare quasi inevitabilmente delle ripercussioni negative all’interno della dinamica affettiva della coppia. Litigi che aumentano, incomprensioni, distanze; il tutto causato dalla difficoltà di uno o entrambi i membri della coppia a condividere il gioco istintuale e piacevole del sesso.

Ma può capitare anche il contrario, che sia proprio l’assenza di una sana comunicazione e complementarietà all’interno della coppia ad avere ripercussioni sul piano sessuale. Quando uno dei membri della coppia non si sente stimato e apprezzato, quando si manifestano lotte di potere più o meno velate, quando uno dei due non accetta il ruolo in cui l’altro vuole relegarlo sia sul piano relazionale che sessuale, possono insorgere problemi nella sfera sessuale: assenza di piacere, difficoltà di erezione, ansia da prestazione, evitamento.
Quello sessuale è un gioco delicato che richiede che le componenti biologiche, relazionali e psicologiche siano sufficientemente in armonia. Anche eccessivo stress, preoccupazioni di lavoro, quotidianità troppo schiacciata sui doveri, una routine monotona, uno stato depressivo temporaneo sono condizioni che possono interferire sia con la fase del desiderio che con quella della eccitazione.
Scopo della terapia dei problemi sessuali è individuare e risolvere gli ostacoli intrapsichici, comportamentali o relazionali che mantengono e alimentano il problema, per arrivare a riscoprire il comportamento sessuale quale modalità di comunicazione corporea e di intenso scambio emotivo che mantiene, integra e arricchisce il rapporto.