Dr. Antonio Iusto

Articoli e approfondimenti

Problemi genitori-figli

La famiglia è una comunità ristretta in cui il comportamento di ognuno ha effetti sul comportamento degli altri e influenza il funzionamento dell’intero sistema. Il clima familiare potrebbe essere definito come la risultante degli schemi prevalenti di azioni e conseguenti reazioni che si instaurano tra i membri. Ci sono famiglie silenziose e famiglie loquaci, famiglie conflittuali e famiglie amorevoli, famiglie che condividono e famiglie più individualiste, famiglie seriose e famiglie più giocose etc.
La responsabilità maggiore del clima familiare appartiene ai genitori, che attraverso la trasmissioni di valori e la funzione di esempio implicito, hanno una fondamentale funzione di formazione per i figli. Ma anche l’emergere delle caratteristiche di personalità proprie dei figli può essere responsabile di effetti importanti sul funzionamento dell’intera famiglia, specialmente quando i genitori non trovano il modo di assorbire, gestire o adattarsi a tali caratteristiche.
Nel sistema familiare l’alterazione di una variabile comportamentale o comunicativa di uno dei membri può cambiare l’intero sistema, sia in senso migliorativo che peggiorativo.
La famiglia quindi è un sistema complesso in cui l’insieme di aspettative, bisogni, desideri, credenze, stato emotivo, capacità di ognuno impatta sugli altri, in un gioco intricato di azioni e reazioni sia interiori che esteriori. Il risultato sarà una famiglia funzionale quando i bisogni dei figli sono adeguatamente soddisfatti in termini di protezione, affetto, stabilità, comprensione.
La famiglia disfunzionale è quella in cui risulta ostacolato o almeno non favorito il diritto dei figli ad avere una educazione, a crescere e svilupparsi secondo le proprie possibilità ed inclinazioni e sviluppare un assetto emotivo tale che li faccia sentire adeguati nel rapporto con sé stessi e con gli altri.

E’ bene chiarire che così come non esiste la famiglia perfetta, non esiste neppure uno stile educativo che possa essere ritenuto di per sé migliore o peggiore di un altro, sempre che vengano garantiti i bisogni fondamentali. Uno stile genitoriale autoritario non necessariamente produce risultati più negativi rispetto ad uno stile democratico. Potrebbe accadere ad esempio che un genitore autoritario e severo sia anche capace di amministrare la giustizia, sia coerente e seriamente interessato alla educazione del figlio volendo trasmettergli principi e valori, laddove magari un genitore democratico finisca per cedere troppo facilmente alle richieste del figlio nascondendo in realtà, dietro l’atteggiamento del porsi dalla sua parte, la difficoltà ad assolvere con responsabilità ed impegno la sua funzione di guida, cercando in realtà di evitare i conflitti.
In entrambi i casi ciò che farà la differenza sarà il risultato della interazione fra loro di tutte le altre variabili presenti nella relazione. Famiglie diverse e stili educativi diversi producono certamente risultati diversi nel carattere e nel comportamento dei figli, ma bisogna evitare eccessive semplificazioni che inducono a trovare nessi lineari di causa-effetto fra stili educativi adottati e risultati ottenuti.

Bisogna inoltre considerare due ulteriori fattori che influenzano l’età evolutiva. Il primo è certamente il temperamento specifico del figlio, con le sue caratteristiche innate, le sue capacità e le sue attitudini, capaci di influire notevolmente sul suo sviluppo.
Il secondo è l’influenza dei fattori esterni alla famiglia, che cominciano ad essere molto significativi nella età della adolescenza e prima giovinezza.
Ed è proprio questo secondo fattore a creare spesso sconcerto, frustrazione ed anche confusione nei genitori, dal momento che non è facile avere un controllo sugli stimoli, educativi o diseducativi, a cui facilmente possono essere esposti i ragazzi addirittura prima della età adolescenziale.
La decisione fra cosa vietare e cosa permettere, quale atteggiamento utilizzare, quale critica muovere e su quali basi, cosa ritenere giusto o sbagliato diventa un problema di non facile soluzione.
Negli ultimi 50 anni i cambiamenti sociali e culturali sono stati particolarmente rapidi, con in aggiunta un processo di accelerazione che, continuando ad aumentare, crea nuove sfide educative e nuovi quesiti in un arco temporale sempre più breve, tanto che il mondo che si trova davanti un ragazzo 14enne di oggi è, per alcune dimensioni sociali, diverso da quello cui sarebbe stato esposto dieci o solo 5 anni fa. In assenza di precisi riferimenti valoriali stabili e sostenuti dalla intera società anche il mestiere di genitore diviene più difficile.

Ma ciò non deve indurre a colpevolizzazioni o senso di incapacità e sconfitta. Non occorre una laurea o una specializzazione per essere genitori. Occorre solo essere persone reali che intendono prendersi cura dei propri figli e, attraverso l’affetto, la comunicazione e l’ascolto, avere un sincero interesse alla loro educazione. Né è colpa dei genitori se i figli oggi vivono in un mondo che si trova nel pieno di un rivolgimento che non è solo socio-culturale, ma che potremmo definire senza esagerare antropologico. Sono gli stessi genitori ad essere immersi in quello stesso ambiente sociale e culturale nel quale sono immersi i figli. Perciò niente panico. L’importante è prendere posizione, avere idee, fare ragionamenti, assumersi la responsabilità di guidare ed indirizzare anche se questo può portare a conflitti. E soprattutto cercare di comprendere il punto di vista dei figli e il loro stato emotivo. Le probabilità maggiori di incidere sulla loro educazione si ha quando questi si sentono comunque compresi nei bisogni, desideri, pensieri ed emozioni, anche se si è su posizioni diverse o opposte. Viceversa quando si assume un atteggiamento di squalifica, denigrazione e irrigidimento difensivo, si va incontro alla possibilità che il dialogo e la connessione siano fortemente incrinate o interrotte, con un effetto di compromissione della qualità del rapporto che danneggia i figli innanzitutto.

Eppure oggi più che mai c’è bisogno della funzione educativa. Gli enti preposti, con pedagoghi e psicologi, si stanno affannando da decenni a cercare di adeguare la funzione educativa alle nuove sfide e al mutato ambiente culturale. E si trovano a dover competere con un vasto insieme di stimolazioni, esterne sia alla scuola che alla famiglia, capaci di avere enorme impatto. Se in passato era la cattiva compagnia a preoccupare il genitore, che poteva ricorrere a qualche mezzo per intervenire, oggi l’adolescente, ma anche il bambino, può essere esposto a qualunque genere di contenuto, attraverso influencer, video, social media, capaci di suggestionare e influenzare, sia direttamente che indirettamente per il tramite dei coetanei.

Per i genitori dunque la conoscenza del mondo dei loro figli è essenziale; per discutere, comprendere, prendere posizione, ragionare, indirizzare, vietare se necessario. Essere coerenti ed avere una idea, senza temere il giudizio dei figli. Avere una idea e difenderla con coerenza è sempre un buon esempio, anche se si può essere in disaccordo.

Nel sistema famiglia possono esserci numerose situazioni relazionali capaci di condurre ad esiti problematici. Il genitore attento coglierà i segnali e cercherà di porre rimedio oppure, se non vi riesce, richiederà un intervento di consultazione esterno. Qui di seguito riportiamo alcune osservazioni esemplificative di ordine generale al solo scopo di stimolare qualche riflessione su alcuni aspetti delle molteplici dinamiche che possono presentarsi all’interno del rapporto genitori-figli, senza alcuna pretesa di completezza. Ogni famiglia ed ogni caso specifico presenta infatti delle caratteristiche peculiari e delle sfumature differenti ed anche originali che sarà sempre necessario prendere in considerazione per risolvere gli eventuali problemi.

 

I FIGLI SONO INTELLIGENTI ANCHE QUANDO CRITICANO I GENITORI

Esibita quando si tratta di descrivere agli altri le eccellenti qualità dei propri figli, la loro intelligenza si dimentica troppo spesso quando da quegli stessi figli arrivano critiche al proprio comportamento.
Eppure quando un bambino o un adolescente fa delle affermazioni critiche o scomode circa il comportamento dei genitori, questi dovrebbero appuntarle con cura dentro un prezioso quaderno e avere il coraggio di rifletterci seriamente, caso mai avessero ragione. E spesso hanno ragione!
Se un adolescente accusa il padre di non pensarlo affatto e il padre ribatte stizzito e offeso che tutto quello che fa lo fa per il suo bene e per assicurargli un futuro, sentendosi per questo anche deluso per la palese irriconoscenza, lo stesso padre farebbe bene a considerare in maniera letterale quello che il figlio ha detto: che non si sente pensato! Il padre lavora tutto il giorno, e lo fa per il benessere di tutta la famiglia, per permettersi casa, auto, vacanze e pagare tutte le costose esigenze dei figli. Ma quanto pensa realmente a suo figlio? Quanto cioè il figlio è presente nei pensieri del padre? Quanto sa della sua giornata scolastica, delle sue amicizie, delle sue emozioni, dei suoi desideri? Quanto spesso immagina cosa stia facendo? Quanto spesso si chiede se sia triste o felice? O piuttosto il figlio scompare completamente dai suoi pensieri durante le lunghe giornate fuori casa? I figli adolescenti, ma anche i bambini, hanno la capacità di dire cose tremendamente vere e sagge, perché partono dal loro sentire più che dal ragionamento, qualità che spesso si perde da adulti, e possono fare osservazioni psicologiche di grande profondità, che devono essere prese in seria considerazione per poter valutare quale sia il vissuto dei propri figli e interrogarsi se sia necessaria qualche correzione.

 

LA QUALITA’ DEL TEMPO CON I FIGLI NON SOPPERISCE IN TUTTO ALLA QUANTITA’

Se si provasse a convincere un fidanzato o fidanzata, nei primi tempi della frequentazione, che la qualità del tempo speso insieme è più importante della quantità credo che non si riscuoterebbe molto successo. Piuttosto la risposta sarebbe che si richiede qualità e in più anche quantità. I legami richiedono del tempo speso insieme, anche per stare semplicemente insieme e basta. E il legame con i figli non fa eccezione.
In un periodo storico in cui il lavoro rischia di assorbire gran parte del tempo in luoghi lontani dalla propria famiglia, anche telefonate e messaggi possono far sentire la vicinanza e l’interessamento.
La sera o nei fine settimana vincere la stanchezza per dare tempo anche al legame con i figli è un dovere della propria funzione genitoriale. Se si investono energie nel rapporto con i figli si fa del bene a loro e si creano condizioni migliori per la relazione futura.

 

FORZARE LA CHIUSURA ALLA COMUNICAZIONE DI UN ADOLESCENTE NON E’ INVADENZA

Anzi, è un segnale che dimostra che siamo interessati a loro. Quando un adolescente o un giovane comunica poco con i familiari, assumendo un atteggiamento evasivo e chiudendosi nella sua stanza, non bisogna ritirarsi ritenendo in questo modo di rispettare la sua privacy e la sua libertà. E’ un segnale che si sta scavando un solco, una frattura nel rapporto che può portare dopo qualche anno a non sapere più come rapportarsi con lui o lei, perché almeno in parte non lo si conosce più. Ci si accorge della sua presenza dopo che emerge un problema, magari di ansia o di abbassamento dell’umore o di difficoltà nel rapporto con i pari. Il genitore è colui che può fornire un aiuto prima che si evidenzino problemi, attraverso la comunicazione, l’ascolto aperto e il sincero interessamento. I genitori riferiscono spesso che in realtà provano a comunicare con i figli ma senza successo, non considerando però quanto incisivi o persistenti e pazienti siano stati questi tentativi. Abbandonare il campo troppo rapidamente equivale a non aver fatto nessun tentativo. Bisogna insistere, forzare, parlare, fare discorsi, mostrarsi interessati e non arrendersi se si ricevono risposte brusche. Genitori e figli non sono sullo stesso piano, non è un rapporto tra pari; al genitore spetta la responsabilità di provare a cambiare il rapporto.

 

EVITARE LO SCONTRO DIRETTO CON PAROLE FORTI ED OFFENSIVE

Le parole sono come pallottole, diceva il filosofo Wittgenstein. A nulla vale il fatto che non si arriva mai alle mani. Parole offensive e denigratorie hanno un effetto devastante sul rapporto; i loro significati sedimentano in fondo all’anima minando l’autostima. Liti feroci e sistematiche fra madri e figlie o fra padri e figli in cui ognuno rivendica le sue ragioni screditando ed offendendo l’altro sono dei vicoli ciechi dai quali non si esce. “Non mi meritavo una figlia così”, “Non capisci niente”, “Papà non voglio essere un fallito come te”, “Sei un imbecille”, aggiungendo anche un contorno di parole volgari, non sono altro che l’espressione di rabbia che si riveste di violenza, dove decade ogni possibilità di dialogo. Anche in questi casi è il genitore che ha la responsabilità di non farsi trascinare in questa escalation dove si cerca la parola più forte per vincere, offendere e mettere a tacere l’altro. E’ una lotta che non ha né vincitori e né vinti, uno sfogo di frustrazione e violenza che può solo mantenersi tale o peggiorare. Si possono esprimere gli stessi concetti con parole diverse ed evitando di offendere il valore dell’altro come persona, e magari parlare dell’accaduto quando gli animi si sono calmati, cercando di ascoltare le ragioni dell’altro, spiegando che ci si dispiace per le parole utilizzate. Il disarmo unilaterale è ciò che deve essere tentato in questi casi, abbassare la spada per attendere che l’abbassi anche l’altro.

 

EVITARE L’ECCESSO DI CONSIGLI ANCHE SE SI HA SEMPRE RAGIONE

Può capitare che la madre o il padre di un adolescente pensino di avere sempre ragione, perché sono intelligenti e attenti, e che siano tentati di intervenire in ogni momento per correggere il comportamento del figlio; per dargli, secondo la loro opinione, sempre i migliori consigli e la migliore educazione. “Stai con la schiena diritta”, “Non mangiare troppo”, “Cambiati questa maglietta che non ti sta bene”, “Aggiustati i capelli”, “Avresti dovuto rispondere così alla tua amica”, “Basta studiare adesso, esci con gli amici”, richiedere resoconti dettagliati della giornata scolastica o di svago per intervenire prontamente e sistematicamente a dispensare consigli e indicazioni su come sarebbe stato giusto comportarsi. Si ha difficoltà ad apprezzare, a dire: bravo! Hai fatto bene! Ottimo! O anche semplicemente ad ascoltare senza commentare e correggere. Anche se i consigli dispensati sono tutti oggettivamente giusti ed elargiti per il suo bene, l’effetto che si produce è, per l’adolescente, la spiacevole sensazione che egli sia completamente sbagliato ed incapace di individuare da solo la cosa giusta. E’ come se il genitore avesse l’ansia di dimostrare di saperne sempre più del figlio in ogni ambito, ponendosi come il suo infallibile coach.
Ne può conseguire sia una dipendenza eccessiva dal parere del genitore, che ostacola il processo di indipendenza del figlio, sia un sentimento sotterraneo di risentimento e frustrazione che potrebbe esplodere improvvisamente in un sintomo clinico o in una aperta e sconcertante ribellione.
E’ vero che il genitore in questo caso tiene molto al benessere del figlio, ma non rispetta la sua individualità e non gli permette di crescere autonomamente mediante un proprio percorso di tentativi ed errori e in accordo con il suo personale stile caratteriale. Il genitore cerca di produrre un clone o anche un figlio perfetto che compensi le mancanze del genitore stesso.

 

I GENITORI NON SONO GLI AMICI DEI FIGLI

Dovrebbe essere scontato ma non lo è. In una società in cui uno dei valori sembra essere diventato quello di restare eternamente giovani, molti genitori vivono con disagio il fatto di incarnare il ruolo di persona più responsabile e matura, dal momento che questo li farebbe sentire più lontani dalla giovinezza. E allora i selfie ritoccati dove non si capisce chi è la madre e chi la figlia mentre vanno insieme a fare shopping o le ore passate a giocare con i figli alla playstation non sono negativi di per sé a patto che non tradiscano il bisogno del genitore di sentirsi uguale al figlio. Ai figli fa piacere avere genitori giovani, ma ciò non deve rappresentare un tentativo di annullare le differenze di ruolo e di età, ma dovrebbe correttamente rientrare nell’ambito di un gioco all’interno di un rapporto dove resta chiaro il ruolo di responsabilità e guida del genitore.
Anche accondiscendere ad ogni trasgressione dei figli va nella stessa direzione. Per assecondare il bisogno di sentirsi moderni e “smart” si impedisce al figlio di vivere la sua esperienza nella corretta dimensione di esperienza trasgressiva, privandolo di riferimenti su ciò che può essere giusto o sbagliato o pericoloso. Talvolta si osserva in queste situazioni una iper-responsabilizzazione dei figli che, in mancanza di riferimenti adeguati, si sentono costretti a diventare genitori di sé stessi.

 

I FIGLI NON SONO IL SOSTEGNO EMOTIVO DEI GENITORI

Nelle separazioni, ma anche semplicemente nei conflitti coniugali, una figlia o un figlio può diventare la spalla su cui il genitore si appoggia, riferendo dei propri malumori, della propria infelicità e del risentimento nei confronti del partner, richiedendo da questi comprensione, sostegno e appoggio morale. Il figlio si trova in una posizione estremamente scomoda nel dilemma se sostenere il genitore che chiede aiuto oppure difendere l’altro genitore. In ogni caso si trova a dover assumere il ruolo di persona responsabile che tenta di rimediare e attenuare i conflitti, assumendo su di sé le ansie e le angoscia dell’altro. I ruoli sono invertiti e in queste condizioni i figli si trovano nella impossibilità di poter loro stessi chiedere aiuto per difficoltà proprie o anche per la sofferenza che quegli stessi conflitti coniugali gli stanno causando, perché sentono di non poter gravare ulteriormente sulla situazione emotiva già compromessa dei genitori. Dovranno cavarsela da soli nelle loro difficoltà, oltre al peso di dover sostenere anche uno dei genitori o entrambi dibattendosi ogni volta tra difficili scelte diplomatiche per non scontentare nessuno. In queste situazioni i genitori dovrebbero essere attenti a valutare che il fatto che un figlio appaia particolarmente sensibile, responsabile e intelligente non significa che non abbia egli stesso bisogno di aiuto o comprensione, e che se apparentemente non mostra disagio o sofferenza non è perché questa non ci sia, ma perché molto probabilmente la nasconde.

 

ESPRIMERE PAROLE DI STIMA IN MODO SINCERO E DIRETTO

Così come le parole che esprimono giudizi negativi hanno grande impatto sui figli, allo stesso modo le parole buone sono capaci di curare, infondere fiducia in sé stessi e nutrire la relazione. Una figlia viene a sapere che il padre fuori dalla famiglia parla molto bene di lei e dei suoi successi, ma lamenta di non ricordare di aver mai ricevuto da lui parole di apprezzamento e di stima nei suoi confronti. In famiglia tutto sembrava essere scontato: il suo curriculum scolastico, la sua educazione, l’ottimo parere degli insegnanti, la sua intelligenza e maturità, nel mentre lei stessa non era sostanzialmente in grado di apprezzarsi nel modo corretto e di stimarsi adeguatamente. Continuava a sentirsi da meno degli altri e a guardare ansiosamente soltanto i propri difetti invece che i punti di forza, non sentendosi mai all’altezza. Può capitare che per tutta la vita si continui ad attendere e ricercare quella conferma e quella attestazione che non si è ricevuta da adolescenti, nonostante gli attestati veri che pendono dai muri.

 

ESSERE REALISTICI: NON DENIGRARE MA NEPPURE ECCEDERE IN LODI INFONDATE E ASPETTATIVE

Riconoscere i successi, accogliere gli errori, incoraggiare, far vedere le cose anche da altri punti di vista, dare fiducia nelle proprie possibilità, ma non stravolgere la realtà dei fatti, perché i figli se ne accorgono e perdono fiducia nel giudizio dei genitori, oppure tentano di adeguarsi alle aspettative irrealistiche che gli trasmettono i genitori, caricandosi di ansia verso il raggiungimento delle performance attese, che ne ostacola la realizzazione anziché favorirla.
Se un figlio non è portato per la matematica, meglio non fargli credere che sia un genio comunque e che basta che si impegni per poter raggiungere qualsiasi risultato. Le attitudini, capacità ed inclinazioni sono diverse per ognuno; riconoscere i punti di forza e di debolezza è il modo migliore per favorire nel giovane una immagine adeguata di sé stesso che lo aiuterà certamente a nutrire la sua autostima. Il giovane dovrà sentirsi amato ed accolto dai genitori a prescindere dai risultati che saprà o potrà raggiungere e sentirsi rispecchiato per quello che è, non per la corrispondenza alla immagine idealizzata che ne hanno i genitori. Non è raro ascoltare un giovane rappresentare di essersi sentito amato e stimato solo a condizione di saper raggiungere certi risultati, ad esempio scolastici. I genitori negheranno e diranno che ovviamente non lo hanno mai richiesto esplicitamente, ma nei fatti questo è ciò che percepiva il figlio.

 

EVITARE DI OFFRIRE AIUTI ECCESSIVI

Essere solerti nell’offrire aiuto e supporto è certamente manifestazione di affetto e interessamento verso i propri figli, ma quando l’offerta o anche l’insistenza di dare aiuto arriva regolarmente prima di essere richiesto, o quando oggettivamente non è necessario, ciò che indirettamente si comunica al figlio è che egli da solo non è in grado di fare ciò che invece potrebbe e dovrebbe imparare a fare.
I bambini e i ragazzi sperimentano, scoprono, risolvono problemi e per ogni piccolo o grande obiettivo raggiunto con le proprie forze alimentano il sento di auto-efficacia e la loro autostima. Ottenere un risultato attraverso le proprie capacità e il proprio impegno aiuta a conoscersi, allena la volontà e aumenta la tolleranza alla frustrazione rafforzando il carattere.
In ambito scolastico ad esempio è bene lasciare che svolgano i compiti da soli evitando di stargli vicino tutto il tempo e limitarsi se occorre ad una funzione di verifica. Ma questo stesso atteggiamento si può riscontrare in altri ambiti anche quando i figli sono più grandi. La tendenza di alcuni ad essere genitori “spazzaneve” che intendono spianare ogni difficoltà ai figli non permette alle loro qualità e capacità di emergere e ostacola la percezione realistica delle difficoltà della vita a cui devono imparare a far fronte.

 

NON TUTTE LE DIFFICOLTA’ DIPENDONO DAL COMPORTAMENTO DEI GENITORI MA QUESTI POSSONO CONTRIBUIRE A NON AGGRAVARE LA SITUAZIONE

I figli possono presentare problemi non solo come effetto diretto del comportamento dei genitori e del clima familiare, ma anche come conseguenza del modo in cui, sulla base di caratteristiche del tutto soggettive, hanno interpretato o vissuto gli eventi e le relazioni all’interno della famiglia. I genitori possono accorgersene in tempo e provare a porre rimedio, ma quando ciò non sortisce gli effetti sperati, meglio richiedere una consultazione specialistica prima che la situazione degeneri in circoli viziosi che potrebbero essere ingenerati proprio dai tentativi messi in atto per arrivare ad una soluzione.
Cercare di costringere a studiare un ragazzo svogliato, sottoporre a continue diete una ragazza sovrappeso, chiamare ansiosamente per controllare le uscite serali, spingere eccessivamente verso attività sociali una ragazza con problemi di timidezza, cercare di vincere con la forza le battaglie con un ragazzo oppositivo, arrabbiarsi dinanzi a comportamenti evitanti e rigidi dovuti a problemi fobici o ansiosi, sono tutti tentativi di soluzione che se non sortiscono effetti positivi in tempi brevi sono destinati purtroppo ad aggravare proprio i problemi che intendono risolvere.