Difficoltà in ambito lavorativo

Non ci si sente a proprio agio al lavoro, non ci si sente valorizzati nonostante si fa del proprio meglio. O non si riesce ad imporsi in un ambiente competitivo e si lascia troppo spazio agli altri. Oppure un capufficio, un collega, un direttore sono eccessivamente giudicanti e ci fanno sentire inadeguati e stupidi. Non si riesce a reclamare i propri diritti; si pensa continuamente agli episodi lavorativi; si cova rabbia e frustrazione che spesso si porta a anche a casa

Problemi dell’ambito sessuale

Quando si ravvisano disfunzioni sessuali va sempre esclusa la presenza di cause organiche o farmacologiche, che possono alterare il processo nelle sue diverse fasi: desiderio, eccitazione ed orgasmo.

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Il comportamento sessuale è un istinto primario dei mammiferi, legato alla riproduzione e alla conservazione della specie. Negli esseri umani la sessualità istintuale si riveste di elementi psicologici, sociali e culturali capaci di influire enormemente sul suo funzionamento e sulle sue modalità espressive. La sessualità umana realizza infatti bisogni e tende ad obiettivi che si discostano anche radicalmente dalla funzione riproduttiva. Ricerca di intimità, appartenenza, sicurezza, completezza, accettazione, piacere, autostima, potenza, gioia, integrazione sono tutti elementi psicologici dalle alte implicazioni emotive che possono innescare il comportamento motivazionale, così come essere alla base di notevoli frustrazioni in conseguenza di eventuali disfunzioni o difficoltà.
Le credenze culturali o familiari acquisite, il rapporto con la propria fisicità, l’immagine del proprio valore personale, la sensibilità al giudizio, la capacità di svelarsi, il livello energetico, lo stress, la relazione con il partner sono tutte dimensioni psicologiche capaci di influire sulla espressione del comportamento sessuale.

Difficoltà possono presentarsi già nella fase della ricerca, quando giovani in età riproduttiva mostrano difficoltà nell’approccio, nella manifestazione o nella risposta a situazioni che potrebbero condurre ad un comportamento sessuale. Il timore del giudizio, la sensazione di non essere all’altezza, la paura del rifiuto o una dismorfofobia possono ostacolare fino a bloccare del tutto il tentativo di approccio erotico.
Ma il motivo per cui generalmente si cerca aiuto riguarda i problemi che si manifestano nella fase di eccitazione: assenza di attivazione del piacere nella donna, difficoltà di erezione o eiaculazione precoce nel maschio. La difficoltà a sintonizzarsi con il proprio corpo, a lasciarsi andare, a far sì che siano i corpi a parlarsi, deattivando il controllo volontario, è ciò che tipicamente e in senso generale causa i problemi, i quali poi tendono a persistere alimentati dall’ansia della prestazione. Il sesso perde la sua qualità di linguaggio libero e spontaneo dei corpi, per diventare attività da controllare per raggiungere una performace. Ciò che dovrebbe essere la ricerca di un contatto e di un momento di gioia e piacere diventa un impegno oneroso, dal quale ci si difende evitando, con la conseguenza di causare quasi inevitabilmente delle ripercussioni negative all’interno della dinamica affettiva della coppia. Litigi che aumentano, incomprensioni, distanze; il tutto causato dalla difficoltà di uno o entrambi i membri della coppia a condividere il gioco istintuale e piacevole del sesso.

Ma può capitare anche il contrario, che sia proprio l’assenza di una sana comunicazione e complementarietà all’interno della coppia ad avere ripercussioni sul piano sessuale. Quando uno dei membri della coppia non si sente stimato e apprezzato, quando si manifestano lotte di potere più o meno velate, quando uno dei due non accetta il ruolo in cui l’altro vuole relegarlo sia sul piano relazionale che sessuale, possono insorgere problemi nella sfera sessuale: assenza di piacere, difficoltà di erezione, ansia da prestazione, evitamento.
Quello sessuale è un gioco delicato che richiede che le componenti biologiche, relazionali e psicologiche siano sufficientemente in armonia. Anche eccessivo stress, preoccupazioni di lavoro, quotidianità troppo schiacciata sui doveri, una routine monotona, uno stato depressivo temporaneo sono condizioni che possono interferire sia con la fase del desiderio che con quella della eccitazione.
Scopo della terapia dei problemi sessuali è individuare e risolvere gli ostacoli intrapsichici, comportamentali o relazionali che mantengono e alimentano il problema, per arrivare a riscoprire il comportamento sessuale quale modalità di comunicazione corporea e di intenso scambio emotivo che mantiene, integra e arricchisce il rapporto.

Il rifiuto del cibo

Seguire una corretta alimentazione è una pratica che contribuisce a mantenere salute e benessere, raccomandata per ridurre il rischio di malattie e migliorare la forma estetica del corpo, per cui la capacità di non cedere incondizionatamente al piacere del cibo è generalmente considerata una virtù.
Ma a volte la riduzione e il controllo eccessivo della propria alimentazione conducono ad esiti patologici, dapprima da un punto di vista solo psicologico, e in seguito anche da un punto di vista medico, fino a rappresentare, nei casi più gravi, un serio pericolo di vita che rende inevitabile l’ospedalizzazione.
Le adolescenti e giovani donne in particolare sono le più esposte al rischio di cadere nella pericolosissima spirale innescata dal rifiuto del cibo, che può portare, se non fermata in tempo, alla vera e propria anoressia nervosa. Ma qual’è l’obiettivo che si vuole raggiungere, a cosa serve, quale vantaggio porta la ricerca di una eccessiva magrezza e come mai diventa così tenace?

Diversamente da altre problematiche psicologiche, qui tutto sembra nascere da un atto volontario: la deliberata decisione di non mangiare, perdere peso, resistere, controllare.
Nel momento in cui si comincia a ridurre l’apporto calorico per dimagrire, nessuno mai penserebbe di cadere nell’anoressia. Eppure tante volte ci si finisce; intrappolate, rinchiuse, sfinite dalla lotta tenace ed estrema contro il cibo. Una lotta quotidiana che si contorna di paure, rituali, conteggi, evitamenti, controlli, inquietudini, scontri, che finiscono per caratterizzare ogni giornata. Il cibo diventa una ossessione. Da un atteggiamento iniziale di controllo volontario della propria alimentazione si arriva ad essere sempre più soggiogati da quello stesso atteggiamento volontario che, alimentando un insieme di convinzioni, percezioni e paure, diventa un tiranno feroce che detta le sue leggi: mangiare è male, aumentare di pochi grammi è spaventoso, il piacere del cibo è vergogna, la forma del proprio corpo è ripugnante. E accade così che, per non sentire le spiacevoli sensazioni interiori e gli intollerabili sensi di colpa, si fa ricorso ad un ulteriore incremento della propria forza di volontà per sconfiggere l’onnipresente desiderio di mangiare, alimentando un circolo vizioso pericolosissimo che rafforza sempre più quella stessa volontà che tenderà a diventare cieca e distruttiva. Se, nelle fasi iniziali, il senso di fame è il nemico da sconfiggere per mantenere sotto controllo la propria alimentazione, è chiaro che, aumentando la capacità di controllo e quindi riducendo l’alimentazione, anche il nemico – il desiderio di cibo – essendo continuamente frustrato diventa proporzionalmente più forte e spaventoso, inducendo la necessità di ricorrere ad una forza di volontà ancora maggiore per contrastarlo, procedendo così verso una lotta disperata e sfiancante.
La forza di volontà, il nostro più prezioso alleato per guidarci nella vita e raggiungere traguardi si è completamente travisata, dirigendosi spietatamente contro il corpo ed il suo legittimo bisogno di nutrirsi.
Non meraviglia perciò scoprire che le anoressiche manifestano una forte opposizione nei confronti dei tentativi di guarigione, proprio perché la volontà di non mangiare si è via via rinforzata fino ad assumere l’aspetto di una legge che non può più essere messa in discussione, a causa di quelle che vengono percepite come le terribili conseguenze di un eventuale cedimento.

Per comprendere meglio questo meccanismo si può ricorrere ad una metafora. E’ come se nel tempo si fosse costruita una diga fatta di forza di volontà, per arginare il senso di fame rappresentato dall’acqua che si vuole controllare. Man mano che la costruzione della diga cresce, parallelamente aumenta la quantità di acqua che viene intrappolata e che si accumula sempre di più. Nel momento in cui si dovesse pensare all’ipotesi di smantellare la diga, la conseguenza che viene percepita è quella di una inondazione catastrofica che spazzerebbe via qualsiasi tentativo di controllo, lasciando la paziente nella sensazione terrificante di perdere qualsiasi potere ed esserne travolta.
Nei comportamenti anoressici non ci troviamo di fronte ad una condizione in cui la volontà è soggiogata, come in altri tipi di problemi psicologici in cui accade che si viene sopraffatti dalla intensità di emozioni o comportamenti indesiderati, contro cui ci sentiamo impotenti. Qui il desiderio di non mangiare, per essere realizzato, fa ricorso proprio alla forza di volontà, la quale viene continuamente nutrita e rafforzata dalle soddisfazioni ottenute attraverso i successi nel riuscire a perdere peso. Per cui più si perde peso più aumenta la sensazione di forza e di dominio sul corpo e i suoi bisogni. Più la volontà di non mangiare cresce e si rafforza, più vengono vissute come intollerabili le tentazioni del cibo, gli sgarri, le debolezze. E anche quando, ormai sprofondati nella sofferenza e nel disagio, si riconosce di avere bisogno di aiuto, la volontà si oppone automaticamente e strenuamente ad ogni tentativo di alimentazione imposto da altri.
Per la paziente, uscire dal comportamento anoressico è paradossalmente una sconfitta, un piano fallito, un cedimento della propria volontà, un segno di debolezza dell’io.
Solo quando si comincerà a percepire come un successo il riuscire a resistere alla tentazione dell’astinenza, allora si potrà procedere verso la guarigione.

Anche se fortunatamente non sempre il sistema percettivo-reattivo dell’anoressica conduce alle estreme conseguenze del rischio di vita, anche nelle forme meno gravi i meccanismi di base sono gli stessi. La volontà di soggiogare il corpo, i suoi bisogni, le sue emozioni e i suoi desideri conduce ad un atteggiamento che si potrebbe definire ascetico di lotta della forza di volontà contro il corpo sensiente, quel corpo che sperimenta sensazioni, che sente piacere o che prova dolore.
A prescindere dal motivo cosciente per cui si è deciso di limitare l’assunzione di cibo, ciò che si scopre gradualmente e che inebria è la sensazione di purezza, di forza, di sicurezza, di potenza nel contrastare non solo il senso di fame, ma anche le altre emozioni e i bisogni del corpo. E se le cose nella vita vanno male, se ci sono sofferenze, insicurezze, ansie o inquietudini, si scopre di poter trovare rifugio e protezione nella capacità di astinenza dal cibo, principale ed a volte unica risorsa indiscutibile che si pensa di possedere a dimostrazione del proprio valore.

Il corpo è centrale in tutta la problematica dell’anoressica: il modo in cui lo si percepisce, come lo si vive, quello che il corpo fa sentire, quello che il corpo esprime. Il corpo è qualcosa che bisogna far tacere e ridurre ai minimi termini. Perché, se il corpo è sano e nutrito, sente emozioni e sensazioni, piacere e dolore, e questo viene vissuto come intollerabile.
A volte la sensazione di potenza e forza che proviene dalla vittoria sulla fame è una scoperta che avviene per caso, magari in seguito ad un percorso di dieta, ma che poi non si riesce più ad abbandonare nel momento in cui comincia ad essere vissuta come la propria arma segreta, la tecnica efficace per tenere a bada ogni emozione negativa ma anche per tenersi al riparo dai rischi delle destabilizzanti sensazioni piacevoli. La volontà di non mangiare diventa l’armatura che può proteggere da ogni dolore e delusione, specialmente in ambito affettivo, relazionale e sessuale. Si desidera in qualche modo restare puri, immacolati, non corrotti. Ciò che si deve proteggere è la fragilità dell’anima, vissuta come separata dai bisogni del corpo, che è invece in realtà il tramite naturale imprescindibile per fare esperienza di emozioni, sensazioni e desideri.

Ci possono essere motivi occasionali e più superficiali che favoriscono l’ingresso nell’atteggiamento anoressico, come può essere ad esempio l’imitazione di modelli femminili di successo, l’inizio di una dieta necessaria per perdere peso superfluo, il confronto con la propria madre a sua volta molto attenta all’alimentazione, il senso di insicurezza nel rapporto con i pari; ma ce ne possono essere anche altri più profondi, come l’esistenza di vissuti emotivi difficili da affrontare e che hanno radici nella storia relazionale della paziente e nella rete dei suoi rapporti familiari significativi; ad esempio la sensazione di non essere amate ed accolte, frustrazioni ripetute, senso di solitudine e di incomprensione continuative, fino a vissuti di maltrattamenti, traumi o veri e propri abusi. Ma in ogni caso, ciò che alimenta la spirale perversa resta sempre la sensazione di forza, potenza e protezione che deriva dal riuscire a soggiogare i bisogni e le emozioni del corpo.

L’altro elemento decisamente centrale in tutte le problematiche anoressiche e che contribuisce a rendere particolarmente complesso il lavoro terapeutico è l’alterazione dell’immagine corporea, che appare essere una conseguenza del disturbo stesso. La forma del corpo non viene più percepita in modo corretto, ma viene distorta attraverso lenti deformanti che ne alterano sempre più i contorni man mano che si progredisce nel disturbo.
E’ per questi motivi che gli interventi esclusivamente medici di alimentazione forzata in genere falliscono. La paziente vive il periodo di ospedalizzazione come una violenza ed una forzatura al suo sentire, che non cambia né la dispercezione dell’immagine corporea, né i vissuti interiori dolorosi da cui ci si difende con la corazza anoressica. L’apporto della psicoterapia è per questo sempre necessaria.

Va tenuto in debito conto che nelle terapia delle giovani anoressiche è di primaria importanza la relazione con il/la terapeuta. La paziente ha bisogno di sentire che può fidarsi della sua guida, perché per lei si tratterà di aderire al progetto di intraprendere una strada che percepisce come molto pericolosa, ma che è necessario percorrere per poter fare gradualmente esperienza del fatto che la sua vita sarà migliore e più libera senza la corazza e che lei potrà imparare a fronteggiare le emozioni sgradevoli e gestire quelle piacevoli senza avere più bisogno di una armatura così pesante e ingombrante come l’armatura anoressica, che fondamentalmente è una prigione che mantiene lontani dalla vita reale fatta di emozioni, sentimenti e desideri.
Solo quando, infine, la necessità di ricorrere a tale corazza sarà meno pressante, anche la dispercezione dell’immagine corporea allenterà la sua presa e l’immagine del proprio corpo potrà ritrovare gradualmente la giusta dimensione, favorendo così un senso di maggiore serenità ed integrazione.

Le problematiche che rientrano dei Disturbi del Comportamento Alimentare, allorquando sussiste una marcata componente di tipo anoressico, sono in generale complesse e possono manifestarsi in diverse varianti, accompagnandosi anche a fenomeni accessori come abbuffate, condotte di eliminazione, eccessivo esercizio fisico, comportamenti autolesionistici.
Sarà per questo sempre essenziale capire il processo disfunzionale nella sua interezza e comprendere a fondo i vissuti individuali, al fine di seguire un percorso personalizzato che si adatti alla specifica situazione.
E’ inoltre molto importante per le pazienti e per i familiari, al fine di una prognosi positiva, che vengano individuati quanto prima i segnali che evidenziano un sistematico rifiuto e lotta con il cibo, in modo da ricorrere ad un aiuto specialistico quando la situazione non si è ancora cronicizzata e poter quindi intervenire prima dell’instaurarsi delle spirali perverse di cui si è parlato.

Vomiting

Un giochetto che all’inizio sembra un trucco intelligente per non aumentare di peso si rivela ben presto una delle peggiori trappole per la salute del corpo e della mente. Nel tempo tende a diventare uno sfogo per ogni frustrazione; una triste consolazione, l’unico vero piacere solitario ed intenso da compiere sempre di nascosto

Dubbio patologico

Il processo mentale del dubitare fa parte della vita di ognuno di noi. Quando ci si presenta un bivio o un crocevia relativo a importanti scelte è sano e utile dubitare e farsi domande. Così come è sano mettere in discussione talvolta anche le scelte già effettuate, per poter decidere di cambiare strada.

Le domande e i dubbi possono riguardare scelte concrete, ma anche aspetti della propria personalità, atteggiamenti, sentimenti ed emozioni, per arrivare ad una comprensione maggiore di noi stessi e degli altri.

Quando si deve operare una scelta o ci si deve formare una opinione, si utilizzano informazioni, nonché risorse mentali ed emotive, per prendere una decisione, arrivare ad una conclusione ed andare avanti.

Il dubbio che diventa patologico.

Quando però non si riesce a venirne a capo in un tempo ragionevole e non si riesce a prendere una decisione o a dare una risposta ad una domanda che ci assilla su noi stessi, sugli altri o sul mondo, quando il pensare all’argomento ed il cercare la risposta diventa onnipresente e ci fa vivere in costante angoscia, siamo in presenza di un dubbio patologico.

Alcune domande si insinuano e si stabilizzano nella mente come un virus, che finisce per assorbire la maggior parte delle risorse mentali di un individuo, conducendo ad uno stato di angoscia costante con picchi di ansia elevata.

Il soggetto cerca con infinite e sottili argomentazioni di trovare la risposta alla domanda che lo assilla; e non appena ha trovato una risposta, subito nella sua mente una argomentazione contraria è pronta a confutare la conclusione appena raggiunta, in un circolo vizioso senza fine fra contrapposte argomentazioni che si inseguono e si scontrano incessantemente.

Le domande che più di tutte possono sfociare in dubbio ossessivo sono quelle le cui risposte appaiono più fortemente connesse a implicazioni decisive per il proprio futuro e la propria identità.
Una scelta professionale, un rapporto sentimentale, l’identità sessuale, per citare le più frequenti, ma ve ne sono anche altre che appaiono più stravaganti ed originali.

L’emozione che accomuna tutte le domande e i dubbi conseguenti è la paura. Paura di fare la scelta sbagliata, paura di non essere psicologicamente sani, paura di aver commesso qualche fondamentale errore nel passato, tutte condizioni che, nella percezione che ne ha il soggetto, possono influenzare irrimediabilmente tutta la vita e la possibilità di felicità presente e futura.

Alcune delle domande che sfociano in dubbio patologico si presentano come domande sane e legittime su sé stessi, sulle relazioni e sul mondo. Esempi di tali domande sono: “Devo continuare a studiare giurisprudenza oppure cambiare facoltà? – Sono veramente innamorata del mio fidanzato? – La mia ragazza mi piace veramente oppure no?- La mia scelta lavorativa è stata quella giusta per me o dovrei cambiare? – Quello che faccio è frutto di quello che voglio o è il risultato di pressioni dalle quali non riesco a svincolarmi?”.
Queste sono infatti domande che legittimamente potrebbero essere poste come punto di partenza per una ipotesi di cambiamento, che faccia muovere da una situazione di insoddisfazione ad una situazione di maggiore benessere.

Il dubbio patologico divora la mente.

Quando prendono la forma di dubbio patologico, tali domande finiscono per assumere un peso ed un significato sproporzionato, come se l’intera vita e felicità del soggetto dipendessero totalmente ed irrimediabilmente dalla soluzione del quesito. Le attività della vita quotidiana, il tono dell’umore e la qualità delle relazioni finiscono per essere costantemente condizionate dall’angoscia della riflessione sul dubbio irrisolto.

Oltre a domande razionali e logiche, ci possono essere anche dubbi e domande che appaiono fin dall’inizio più fantasiose e viziose.
Esempi di queste domande potrebbero essere: “Forse sono omosessuale? – Forse potrei suicidarmi? – Un giorno potrei diventare drogato? – E se avessi venduto l’anima al diavolo quella volta che lo pensai?”
Tali domande sono fondamentalmente insensate perché una breve analisi fa emergere, nel caso degli esempi sopra citati, che il soggetto non si sente omosessuale, non intende suicidarsi, non ha motivi né vuole diventare tossicodipendente e non desidera, né crede sia razionalmente possibile, vendere l’anima al diavolo.
Questo vuol dire, che sul piano delle intenzioni e del sentire immediato del soggetto, le domande sono stupide ed insensate, mentre il piano sul quale la domanda e il dubbio sembrano avere senso è il piano razionale, quello cioè del ragionamento astratto e della pura ipotesi concettuale. Cominciano così una serie di ragionamenti logici per cercare di arrivare ad una certezza, ad una conclusione razionale e definitiva che ci rassicuri sul fatto che non sussiste, non si è verificato o non potrà verificarsi l’evento tanto temuto.

Tale processo però è destinato a non avere fine, perché per ogni ragionamento che sembra condurre ad una definitiva rassicurazione, una nuova obiezione è pronta ad insinuarsi nella mente, per confutare le precedenti conclusioni.
Nel dubbio patologico il ragionamento non aiuta a trovare la soluzione, quanto piuttosto, la allontana sempre di più. A volte si comincia a parlarne anche con altri, in estenuanti tentativi di cercare insieme di venire a capo del dilemma, ma questo non fa che peggiorare la situazione. Il dubbio comincia ad invadere la mente. Cresce come un cancro, che via via invade la coscienza e che si nutre sostanzialmente di tutte le risposte che gli vengono offerte; come un dio cattivissimo e insaziabile il dubbio divora tutte le risposte opponendo mille argomentazioni e richiedendo sempre più prove e verifiche, spingendo il soggetto alla disperazione.

Un esempio: il dubbio di essere omosessuale.

La domanda può essere magari sorta in un ragazzo che ha formulato improvvisamente un apprezzamento positivo nei confronti delle fattezze fisiche o del carattere di un coetaneo. Di qui l’improvviso dubbio: “Come mai penso a queste cose? Sono forse omosessuale?”. Quindi un improvviso sussulto, uno spavento: “E se fosse così?”. Da quel momento comincia una riflessione, per cercare di scacciare la probabilità anche remota che ciò possa essere vero. Si comincia a ragionare e si cercano conferme al fatto che mai si sono fatti pensieri del genere, che da sempre si è stati attratti dalle ragazze, che le prime esperienze sono state fatte con il sesso opposto e sono risultate piacevoli, etc. Ma allora però: “Perché mai mi è venuto il pensiero? Può un pensiero del genere venire ad una persona che non è omosessuale né può mai diventarlo?” Insomma, comincia tutta una serie di ragionamenti, per risolvere sul piano teorico quello che diventa un dilemma sempre più angoscioso. Si passa al setaccio la propria vita passata, si valutano tutti i segni e le indicazioni, si legge su internet. Si comincia una ricerca che può sconfinare anche in una ricerca “scientifica” sul campo. Si può ad esempio cominciare ad osservare i ragazzi per vedere cosa si prova, o immaginare di compiere degli atti sessuali, per valutarne gli effetti. Può anche accadere che si cominci a controllare il proprio comportamento e i propri spontanei movimenti corporei, nel timore che questi potrebbero tradire la terribile “verità” agli occhi degli altri.

In questo modo, ciò che semplicemente dovrebbe essere sentito come vero in base a desideri, emozioni e sentimenti, viene ingabbiato in una ricerca di prove, ragionamenti e riflessioni, con il risultato che l’evidenza della risposta si allontana sempre di più, perché l’immediatezza del sentire viene seppellita sotto la montagna di prove, ragionamenti e riflessioni. Le giornate si riempiono di angoscia con picchi di panico e, più il dubbio non riesce ad essere sciolto con i ragionamenti, più si tenta di utilizzare ancor di più ciò che già non funziona, e cioè ulteriori ragionamenti, prove e rassicurazioni. Fino al punto che, anche quando occasionalmente capita di sentirsi più liberi e distratti, improvvisamente ci si “ricorda” di avere il “problema”, il dubbio amletico non sciolto, la spada che pende sul capo; e si ripiomba nell’oscurità e nell’angoscia.

Trovare smettendo di cercare.

Ciò di cui non ci si rende conto è che il problema non è rappresentato dal contenuto del dubbio e quindi dalla risposta alla domanda. Il problema giace tutto intero nell’attività della costante ricerca della risposta.
Qui, come in tutti i casi analoghi, la soluzione non è riflettere e ragionare di più, ma all’opposto smettere di pensare e ragionare sul problema. La risposta al dubbio, nella sua forma patologica, non si trova nei complessi ragionamenti, ma appare al contrario proprio quando si smette la ricerca della risposta stessa.
E’ come muovere continuamente l’acqua per cercare un anello caduto sul fondo di uno stagno; più si agita l’acqua e più la sabbia dal fondo sale in superficie impedendoci la vista. Solo fermandoci e attendendo che la sabbia si depositi, apparirà l’anello ben chiaro sul fondo. Si trova smettendo di cercare.

Nel trattamento del dubbio patologico, l’errore terapeutico più comune è quello di cercare di aiutare il paziente a compiere la scelta che egli non sa compiere, fare dei ragionamenti più sensati dei suoi, che dimostrino l’infondatezza del dubbio e ne indichino la risposta. Per questa via però non ci sono speranze, perché egli è un esperto in questo tipo di ragionamenti, e offrirgli pur nuove argomentazioni non fa altro che alimentare la tendenza a ragionare ancora di più.

Per sradicare la convinzione del paziente circa la necessità di risolvere il dubbio con il ragionamento e le prove, occorre condurlo attraverso stratagemmi terapeutici a smettere di ragionare, per permettergli di accedere alla esperienza emozionale correttiva della maggiore serenità che gli si presenta allorquando smette di rimuginare.

Nel trattamento del dubbio patologico bisogna condurre il soggetto, attraverso specifiche prescrizioni, ad interrompere l’incessante pensare, poiché è questo in realtà il vero motivo della sofferenza e del disagio che egli manifesta. La sua tentata soluzione di scogliere il dubbio attraverso il ragionamento è stata la trappola nella quale si è infilato e che è diventata di fatto la sua prigione ed il labirinto dal quale non riesce più ad uscire.
Gli si indurrà quindi suggestivamente il timore di rispondere alle domande su quel tale argomento, oppure gli si prescriverà di scrivere il flusso dei ragionamenti nel corso della giornata secondo uno schema di modi e tempi, per ostacolare l’automatismo anarchico del suo continuo rimuginare. In questo modo si sperimenta una diminuzione dell’angoscia e il dubbio finisce gradatamente per perdere di importanza.

Un dubbio, per quanto essa possa avere all’inizio l’apparenza di una domanda sensata, diventa patologico quando se ne ingigantisce a dismisura il peso e l’importanza, fino a che il problema non è più quello iniziale, ma diventa il fatto che la persona è oppressa ed invasa dall’angoscia del continuo rimuginare.
Le domande appaiono come ami calati davanti al soggetto, a cui egli abbocca continuamente con i suoi tentativi di risposta. Più si offrono risposte e più altri ami a cui abboccare appariranno, in un processo senza fine. Solo smettendo di abboccare continuamente alle insidiose domande, il processo patologico si può interrompere, ristabilendo la serenità mentale.

Ed allora la propria identità sessuale sarà chiara senza bisogno di pensarci; si accetterà che se si sceglie una facoltà, si deve necessariamente lasciarne un’altra; che anche se una certa caratteristica fisica o psicologica di un partner non è meravigliosa per noi, non siamo disposti a perdere tutto il resto che ci piace tanto; che nella vita non ci è dato di sapere se imprevedibili circostanze future ci faranno trovare in situazioni che mai ci saremmo immaginati, etc.
Semplicemente, si riprende a vivere, lontani da quella ricerca di perfezione, controllo e certezza assoluta che caratterizza la forma del pensiero ossessivo in tutte le sue varianti.